posti e persone

Vita di villaggio

Rieccoci a Čučale.

Lungo la strada tra le cittadine di Prokuplje e Kruševac, si snoda un paesaggio collinare coperto di frutteti, campi e boschi. Pochi chilometri dopo il piccolo centro di Blace, due linee di colline convergono a formare una strettoia chiamata Klisura, la gola. Di lì passano un fiume e la strada principale, dove ancora sfrecciano i TIR e i bus diretti in Kosovo, in attesa che vengano completati i lavori dell’autostrada, più a est. Poco prima della gola si trova Čučale, il villaggio natale di Petar, il papà di Nat. Un pugno di case, di cui fa parte anche la nostra, si snoda lungo un piccolo ruscello e forma una comunità a sé stante che sta inesorabilmente scomparendo: l’anno scorso vi sono morte ben quattro persone, papà di Nat incluso. Ora, nella frazione ne restano solo cinque. Anche la parte alta di Čučale, localizzata sulla collina sovrastante e più popolata, ha perso ben cinque dei suoi abitanti. Il piccolo cimitero del villaggio è ora pieno di tombe fresche.

La mini comunità del ruscello dà l’impressione di vivere in una bolla fuori dal tempo, dove le persone si muovono con ritmi operosi, ma rilassati. L’età media degli abitanti è alta, oltre i settant’anni, e tutti convivono insieme da sempre. Come in ogni comunità, tutti si prendono volentieri tempo per socializzare e si sparla di coloro che non sono presenti. Le case e gli edifici, molti dei quali costruiti decenni orsono, mostrano i segni del tempo. Le famiglie contadine, una volta molto numerose, disponevano di stalle per gli animali, di granai e di depositi per le scorte e gli attrezzi necessari alla conduzione di una fattoria. Gli edifici erano distribuiti attorno a un’aia in cui tradizionalmente viveva un’unità familiare multigenerazionale. Ora molti di questi edifici non sono più utilizzati, ma mantengono tuttora un fascino semplice e funzionale. In Serbia, molte di queste realtà tipiche sono state convertite in b&b. Gli ospiti vengono accolti nei vecchi edifici, di cui si è cercato di mantenere le caratteristiche originali, e nel ristorante, che offre un menù tradizionale.

Nella cultura serba la figura del komšija, il “vicino di casa” è tutt’ora molto importante. Nei contesti urbani, in caso di necessità, i vicini sono geograficamente più immediati dei parenti stessi e per questo sono considerati persone di riferimento importanti. Negli ambienti rurali, i vicini sono pure parenti. Vigono tuttora usanze tradizionali, come l’incontro mattutino per un caffè insieme oppure la condivisione di cerimonie e festeggiamenti più importanti, legati alla religione o alla tradizione. Ieri, per esempio, abbiamo partecipato alla cerimonia pentecostale all’aperto, sotto la chioma di una grande quercia. È un rito particolare, in cui la religione si mescola ad antichi riti di ringraziamento alla Madre Terra e ai suoi spiriti. Siamo sempre stati affascinati dalla presenza maestosa e forte di quell’albero, situato vicino al cimitero. Quando passiamo nelle sue vicinanze, non manchiamo di appoggiarci al suo tronco possente per ricaricarci.

I lavori quotidiani sono scanditi dagli orari dei pasti: dalla colazione, salata e abbondante, tra le nove e le dieci del mattino, al pranzo, verso le tre-quattro del pomeriggio. In realtà, tra pause caffè, incontri per fare quattro chiacchiere e i veri e propri pasti, si mangia e si beve a tutte le ore. Nei villaggi è sempre il momento buono per una birra o una rakia, la fortissima grappa prodotta da vari tipi di frutta. La cucina della campagna serba è costituita da abbondanti piatti di carne e cibi cotti a lungo, accompagnati dall’immancabile pane. La gente è legata alla propria tradizione anche a tavola e ama le proprie pietanze. Noi, che abbiamo un’alimentazione molto diversa, divertiamo tutti con le nostre stranezze “da svizzeri”. Ogni tanto, qualcuno ci chiede perché mangiamo così tante insalate e frutta. La nostra forma fisica e l’energia che abbiamo smuovono la curiosità, ma quando raccontiamo come ci siamo arrivati, incontriamo spesso un misto tra incredulità e incomprensione. Abbiamo un modo di mangiare così lontano da quello usuale che le persone non possono credere che il nostro cibo sia appetitoso e nutriente, per non parlare della sua efficacia a tenere lontani malanni, dottori e farmaci. Prepariamo regolarmente muffin e dolcetti vegani, che spariscono velocemente nei nostri incontri sociali, nonostante siano privi di zucchero, uova e latte.

Dopo i mesi di chiusura invernale, la casa di Petar ha avuto bisogno di cure: pulizie, trattamenti contro i tarli, sistemazioni in giardino e mille altri lavoretti. Francesco si è lanciato per la prima volta nella falciatura, procurandosi muscoli indolenziti, ma anche la gratitudine delle pecore del vicino, che hanno ricevuto un pasto di erba fresca servito direttamente in stalla. Nat, invece, è super impegnata nelle pubbliche relazioni con gli abitanti e il parentado. Con noi abbiamo anche due anziani zii, così diversi tra loro che è difficile credere che siano fratelli. Uno di loro vive nei dintorni di Belgrado e quando arriva in visita al villaggio non smette mai di lavorare, nonostante abbia abbondantemente superato l’ottantina. L’altro, invece, circondato dai suoi gatti, da scritti religiosi e da ricordi di libri letti e film visti negli anni ‘70, vive nella casa in cui è nato, adiacente a quella di Petar. Dato che la sua vista si era deteriorata, l’abbiamo portato nella città di Niš per un’operazione alla cataratta. Ora si gode le cure post-operative e l’attenzione che abitualmente gli manca nella sua vita ritirata. La sua vista è stata ripristinata e lo zio è felice di potersi nuovamente occupare dei gatti e della lettura.

Malgrado i pochi abitanti anziani rimasti, il villaggio sembra la scena di una vivace opera teatrale. Ognuno di loro è un personaggio ricco di sfacettature, con emozioni, ricordi, sfumature, storie e visioni della vita proprie che si intrecciano con quelli degli altri. La Serbia ha una storia piena di colpi di scena radicali, letta con arguzia contadina, frutto della concretezza del lavoro con la terra, che mette in prospettiva le follie umane delle guerre e delle distruzioni. Per i contadini la famiglia e la comunità più prossima sono le uniche istituzioni che offrano reale sostegno e presenza, quando tutto il resto sembra collassare. Mostrano un misto di scetticismo e speranzosa approvazione verso il governo, da cui si aspettano principalmente stabilità sociale e la certezza di ricevere la benmeritata pensione. Molti di loro sono religiosi, in una mescolanza tra superstizione e autentica devozione, cosa che abbiamo spesso constatato nelle campagne. I loro racconti sono ricchi di episodi sorprendenti e crudeli, tra amori, gioie e pene a volte tremende. Eppure, non mancano sorrisi e risate, aiutati dal senso di fatalità e umorismo sempre presenti e autentici.

Gli animali convivono a stretto contatto con gli umani. Nelle aie circolano galline e galli, oche, cani e gatti, mentre nelle stalle grugniscono i maiali e belano le pecore che fanno capolino, curiose. Tra gli alberi cantano una miriade di uccelli, ronzano le api e gli insetti e anche qualche cornacchia fa sentire il suo verso. Ogni tanto, qui vicino vengono a pascolare un paio di cavalli e qualche mucca. Dai boschi adiacenti arrivano visite anche da cinghiali e cervi, sebbene non molto gradite dai contadini. Numi ha trovato compagnia con i due cagnolini del vicino e un paio di randagi che si aggirano qua attorno, cercando un po’ di cibo. Questa gaia compagnia di cani sonorizza spesso le notti, latrando per ore, mentre i gatti si fanno sentire con i loro versi di lotta o d’amore. A volte anche Numi contribuisce, abbaiando dall’interno della casa, svegliandoci. È difficile guardare tutte queste creature, così presenti e cariche di vita, sapendo che molte di loro verranno uccise e mangiate, come è usanza normale in campagna. È una relazione particolare, quella tra i contadini e i loro animali. Si conoscono a fondo e si capiscono più di quello che potrebbe sembrare, ma allo stesso tempo gli animali sono prettamente funzionali e usati come strumenti di lavoro e come cibo. Ogni volta ci meravigliamo per questa che sembra una profonda contraddizione.

Il tempo resta molto instabile, anche se le temperature sono decisamente salite: al mattino il villaggio è spesso avvolto dalla nebbia, rendendo il paesaggio particolarmente magico. I contadini stanno attendendo la stabilità del bel tempo, in modo che le ciliegie possano finalmente maturare e il mais e le altre colture crescere. Quest’anno la stagione sembra essere rimasta indietro di quasi un mese. Non vediamo l’ora di fare il pieno di nuova deliziosa frutta, dopo le ultime settimane passate a mangiare principalmente mele e banane.

Il tempo scorre velocemente. Nat è stata qualche giorno a Belgrado per faccende amministrative e per accogliere il suo ventenne nipote Marco e il figliolo Oscar, venuti apposta per la ricorrenza del primo anno dalla morte di Petar. Aveva piovuto tutta la notte, ma al mattino le nubi si erano magicamente dissipate e abbiamo goduto di una tregua fino a pomeriggio inoltrato. Abbiamo potuto svolgere il rito di circostanza al cimitero con più agio e accogliere gli ospiti venuti da vicino e da lontanto per il tradizionale pranzo in memoria del defunto. Marco, che non era mai stato in Serbia prima, si è ritrovato circondato dalla famiglia paterna, una numerosa banda composta da personaggi espressivi di tutte le età, che lo hanno coperto di baci e abbracci accompagnati da reale interesse e affetto. Oscar, già più abituato alle manifestazioni esuberanti della famiglia serba, sguazzava felice tra il parentado. Abbiamo così passato un’intensa giornata in compagnia di cugini di primo, secondo e terzo grado, nipoti, zii e prozii in un tourbillon di emozioni ed eccessi. Una (stra)ordinaria giornata composta di umanità in azione in memoria di Petar, il patriarca della famiglia.

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