posti e persone

Verso il Danubio

In attesa dell’arrivo di Oscar all’aeroporto di Niš previsto il giorno seguente, ci siamo diretti verso la piscina cittadina, dove sapevamo che avremmo trovato un posto tranquillo per Rocco. Passare dalla pace e dai calorosi rapporti umani di Lukovska Banja alla vita caotica della città ci ha causato un piccolo choc, ma ci siamo adattati rapidamente. Quella sera ci siamo ritrovati con Gagos, il cugino di Nat, che ci teneva a portarci a cena in un’autentica trattoria di cucina napoletana e poi a passeggio in centro, lungo la Sava, dove una grande quantità di gente si godeva il fresco della sera sulle rive del fiume.

Nonostante i problemi con i voli che caratterizzano questa stagione, il viaggio di Oscar era filato liscio e la mattina seguente abbiamo potuto abbracciarci, felici di rivederci dopo tanti mesi. Siamo ripartiti subito per Čučale, dove Oscar sperava di recuperare la stanchezza accumulata nelle lunghe giornate di lavoro come tecnico audio al JazzAscona appena concluso.

Il villaggio degli avi non si è rivelato ideale per il relax: già il giorno successivo sono arrivati Mira e lo zio Dobro, per preparare insieme la cerimonia dei 40 giorni dalla morte di Petar. Nella tradizione ortodossa si crede che l’anima si stacchi definitivamente dal corpo proprio al quarantesimo giorno e così sulla tomba abbiamo recitato le preghiere di rito, abbiamo fatto bruciare dell’incenso e acceso le candele votive.

Ma non era finita qui. Il vicino Srba aveva preparato un agnello allo spiedo e noi abbiamo organizzato tutto il resto per il tradizionale pranzo di saluto all’anima del defunto, insieme alla famiglia e ai vicini del villaggio. La giornata era stranamente fredda, piovosa e ventosa per la stagione, ma il momento è stato comunque sentito e piacevole, stretti insieme in quella piccola comunità.

Nei giorni seguenti lo zio Dobro si è subito impegnato in una miriade di lavoretti di manutenzione: siepi ed erba da tagliare, lavatrice da installare, il tetto da controllare e mille altre cose che hanno coinvolto anche le nostre giornate. Nei momenti di libertà, eravamo ripetutamente assorbiti dai parenti e dai vicini, con l’immancabile flusso di caffè, rakija, birre, dolcetti, frutta e cibo vario. Era difficile declinare tutte quelle offerte senza urtare la gentilezza delle persone, che spesso faticano a comprendere il nostro stile di vita vegano, così lontano dalla loro cultura e abitudine. D’altra parte, già il semplice fatto di esserci e di ascoltare le loro storie, era molto apprezzato e portava nel villaggio abitato ormai solo da anziani una ventata di novità che ci faceva perdonare le nostre “stranezze”.

Dopo quasi una settimana di questo ritmo, abbiamo ripreso il viaggio alla volta di Krusevac, per un breve pranzo con la cugina Nela e suo figlio Ilija. Il nostro intento era raggiungere il monastero femminile di Djunis in giornata. Le colline della zona sono coperte da verdi boschi, tra cui si stendono innumerevoli colture di mais che stanno arrivando alla maturazione. Qui e là i girasoli aprono le loro corolle gialle verso la luce, sotto un cielo azzurro, terso e luminoso. Siamo arrivati al monastero verso sera e ci siamo fermati in un ampio piazzale proprio di fronte all’edificio principale. Poco dopo, siamo stati raggiunti dal tuttofare del monastero, un uomo dai modi miti e gentili, che ci ha fatto ottenere dalle monache il permesso per farci restare e ci ha invitati a partecipare alla liturgia del mattino seguente.

Così, alle sei e mezza del mattino, dopo lo scampanio del risveglio, ci siamo diretti alla cappella del monastero, dove un gruppetto di monache e un pope stavano già celebrando la funzione religiosa. Oltre a noi, erano presenti solo un altro paio di persone. In piedi, secondo l’uso ortodosso, abbiamo seguito i canti con cui vengono declamate le scritture sacre, finendo per uscire due ore dopo, al momento dell’eucarestia, non concessa ai non battezzati nella fede ortodossa.

Ancora storditi dalla trance delle cantilene, abbiamo visitato la chiesa principale, dedicata al culto mariano e restaurata recentemente con cura. Nei giardini circostanti si trova una cripta dove sgorga un’acqua ritenuta santa, che abbiamo bevuto in quantità. Non abbiamo dimenticato di accendere le candele votive per i nostri cari. Tra funzione religiosa, acqua santa e candele votive, ci sentivamo ben carichi di ispirazione divina.

Con il passare dei giorni, abbiamo adattato il nostro ritmo di vita alla presenza di Oscar, molto più giovane e inizialmente non ancora abituato agli spazi ristretti del camper. Piano, piano, abbiamo trovato un nuovo, comune equilibrio e anche Numi lo ha accolto con entusiasmo nella sua famiglia-branco.

La nostra nuova meta, Sokobanja, ci è sembrata più curata e animata dell’anno scorso, con un tocco turistico più accentuato in questo periodo di alta stagione estiva. Abbiamo posteggiato presso uno dei fiumi che scorrono nella cittadina. Dopo un bagno rinfrescante, ne abbiamo risalito il corso con un pizzico di avventura, spostandoci guardinghi sulle ripide rocce rese estremamente lisce dal passaggio secolare degli abitanti del luogo. La nostra meta era uno dei ristoranti posti più a monte, lungo il fiume, dove avevamo gustato il miglior caffè alla turca dei nostri viaggi in Serbia. Anche questa volta l’aspettativa non è stata tradita: seduti su una terrazza all’ombra degli alberi, ci siamo gustati la deliziosa bevanda. Chissà, forse il suo segreto è proprio l’ottima acqua che sgorga dalle numerose fonti della zona.

Siamo poi saliti con Rocco alla clinica oculistica a Ozren, sulle alture circostanti. Ci sembrava di tornare a casa, dopo la decina di fantastici giorni trascorsi in quel luogo l’anno scorso. In un attimo ne abbiamo ritrovato l’atmosfera rilassata e accogliente e le passeggiate nei verdissimi dintorni. Con il calar della sera, nel bosco circostante brillavano le lucciole e il vento fresco frusciava tra le chiome degli alberi. Nel silenzio punteggiato solo dal richiamo particolare di un piccolo gufo della zona, abbiamo passato una notte serena.

Il giorno seguente ci siamo avviati alla volta di Zaječar, in direzione del Danubio. Lungo la strada siamo entrati in una galleria all’apparenza breve e facile da percorrere. Improvvisamente, siamo passati dalla luce brillante del sole al buio più assoluto, perché all’interno del tunnel non vi era alcuna illuminazione. Nella frenesia del momento, Francesco non ha potuto azionare i fari e abbiamo sentito la ruota sfiorare il marciapiede. Francesco ha dovuto frenare fino a bloccare Rocco in mezzo alla galleria totalmente oscura e per fortuna l’auto che ci seguiva aveva avuto il tempo di fermarsi pure lei, strombazzandoci le sue maledizioni. Riaccesi i fari siamo usciti dalla galleria con il batticuore e grati di aver potuto evitare un possibile disastro.

Raggiunta Zaječar, abbiamo fatto i turisti. Dopo un bagno nel fiume cittadino, abbiamo girato per il piccolo centro e pranzato in un ristorante retrò dell’epoca jugoslava, dove era in corso una festa che ci ha allietato con canzoni tradizionali. La zona non è lontana dalla frontiera rumena e bulgara ed è contrassegnata da un’ampia presenza di zingari.

Desideravamo un posto tranquillo per la notte, nella campagna fuori dalla cittadina, e ci siamo spostati al vicino paese di Veliki Izvori. Il villaggio era esteso tutto in lunghezza e ci siamo inoltrati lungo la strada centrale. La maggior parte delle case era malridotta, le vie non erano asfaltate e gli automezzi vecchi e impolverati. L’intero paese e i suoi abitanti sembravano usciti da altri tempi, da una dura vita agricola. Arrivati in fondo al paese, ci siamo resi conto che non c’era uno spazio adatto per Rocco e ci siamo inoltrati tra i campi. Trovato un posto nel bel mezzo dei prati falciati di recente, ci siamo infine rilassati con una bella fetta di anguria. Non era trascorsa neppure un’ora, che abbiamo ricevuto una visita a sorpresa. Lungo la stradina tra i campi, si è avvicinato un furgone scuro che si è fermato proprio davanti a noi: una pattuglia della polizia. Qualcuno aveva segnalato la nostra presenza tra i campi e richiesto un controllo, prontamente eseguito.

In Serbia, è stata la prima volta in cui – con grande gentilezza – siamo stati invitati a spostarci. I poliziotti ci hanno suggerito un posteggio lungo un viale proprio a Zaječar, tra la ferrovia e ampi prati. Abbiamo scoperto che si trattava del luogo dedicato alle giostre e che lì accanto si stava tenendo una grande e rumorosa festa, con musica fino a tarda notte e traffico dei camion dei giostrai in arrivo. A quel punto, stanchi come eravamo, abbiamo dormito come un sasso ugualmente.

L’indomani, osservando la mappa, abbiamo visto che proprio a Zaječar confluiscono due rami del fiume Timok, che scende fino al Danubio nel punto in cui si toccano i confini tra Serbia, Romania e Bulgaria. Non abbiamo perso l’occasione per esplorare quella zona che ispira storie di spionaggio e contrabbando. La strada attraversava il paese di Srbovo, disposto in lunghezza come Veliki Isvori, con la stessa strada malridotta, ma questa volta con grandi case rifinite lussuosamente, con ampio sfoggio di colonne e statue di leoni e cavallini rampanti, colori sgargianti e giardini rasati. Nella zona circolavano parecchie auto immatricolate all’estero, condotte da persone dagli inconfondibili tratti serbi. Pensiamo che proprio i lavoratori all’estero della diaspora abbiano rinnovato le loro vecchie case di famiglia, rendendole sfarzose.

La strada, intanto, ci aveva condotto sempre più tra i boschi di acacie, verso la sponda del Danubio. Posteggiato Rocco nei pressi di una torre di guardia ormai abbandonata, abbiamo percorso l’ampia riva lasciata scoperta dalla siccità, fino ad arrivare alla confluenza del Timok. Attorno non c’era anima viva, se non gli uccelli fluviali e una moltitudine di cespugli di salice. È stato emozionante trovarsi lì a rimirare le acque che segnano un confine che nei secoli ha visto scontrarsi ungheresi, serbi, ottomani, rumeni e altri popoli ancora, per il controllo di quella strategica via di comunicazione e commercio.

Ci siamo infine diretti a Negotin, per fare tappa al monastero di Bukovo, sulle sue colline. Proprio quel giorno era stata organizzata una gara per auto da rally sulla strada che saliva al monastero e così abbiamo atteso di poter passare a nostra volta, osservando i piloti scaldare orgogliosamente i motori dei loro bolidi e avviarsi verso la partenza, per poi lanciarsi sulle ripide salite. Finalmente, al termine della competizione abbiamo potuto raggiungere Bukovo per passarvi la notte. Siamo rimasti sorpresi dal continuo viavai di auto e camion che si fermavano fino a tarda ora per riempire bottiglie e bidoncini alla fonte situata all’esterno del monastero. Quell’acqua doveva avere di sicuro qualche dote speciale per essere tanto ricercata e così anche noi ne abbiamo riempito due bidoncini per dissetarci strada facendo.

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