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Un capitolo si chiude

Alle sette di mattina di venerdì 3 giugno, Petar ha emesso il suo ultimo fiato. Da qualche giorno il suo respiro si era fatto molto faticoso, con un’espirazione gorgogliante per la presenza di molto liquido nei polmoni. Per ore i suoi occhi restavano sbarrati senza batter ciglio e senza un segno di presenza. Sapevamo che era questione di poco tempo e tuttavia l’evento ci ha colti di sorpresa.

In quel momento eravamo in casa solo Nat e io. Abbiamo provato in tutti i modi a sincerarci che fosse ancora vivo, ma non si sentiva né il battito cardiaco, né il respiro. Non dava proprio più segni di vita. Non ci è restato altro da fare che chiudergli gli occhi e la bocca, ricreando un’espressione finalmente rappacificata dopo le sofferenze dell’ultimo mese.

Nel frattempo, erano arrivate anche Verka e Mira. Da lì è partita una girandola di eventi, tra telefonate, pulizia, vestizione del corpo prima che si irrigidisse e i preparativi per il funerale nel villaggio natìo di Čučale, dove, la scorsa estate, Petar era ancora in ottima forma, vispo e indaffarato a tagliare la siepe e sistemare le piante.

L’usanza ortodossa prevede una celebrazione funebre ricca di sfaccettature e i dettagli a cui pensare erano molti, ma fortunatamente avevamo anticipato sugli eventi e organizzato un sacco di cose per tempo.

L’indomani ci siamo trasferiti a Čučale con Numi e il nostro Rocco e ci siamo dedicati ai preparativi dell’ultimo minuto. In un piccolo edificio nei pressi della chiesa si sarebbe svolto il rinfresco per i convenuti e l’abbiamo pulito e sistemato in modo che, da spartano che era, divenisse accogliente. Abbiamo pulito anche la chiesetta del villaggio, circondata dal bosco di alti faggi e tigli, così come l’area attorno alla tomba di Petar.

Nonostante le nostre diversità, negli ultimi mesi, la nostra squadra ha funzionato bene, prendendosi cura di Petar e sostenendo Mira nelle formalità per l’organizzazione del catering, del prete per la celebrazione, dei fiori, degli abiti e delle scarpe per noi tutti, del trasporto funebre, dell’annuncio sul giornale, nella comunicazione ad amici, conoscenti e parenti e in ogni altro aspetto a cui bisognava pensare. Anche se la morte di Petar era annunciata da mesi e c’era stato tutto il tempo per le questioni più impegnative, come la costruzione di una tomba di famiglia, era arrivato il momento della concretizzazione.

Ci è stato molto di sostegno vedere come tutti quanti, incluse le persone coinvolte professionalmente, facessero del loro meglio per dare il loro contributo concreto, creando una comunità amichevole attorno al triste evento.

Tra noi, consideravamo la vita di Petar, nato nel 1934 da un’umilissima famiglia di contadini e diventato poi medico anestesista e professionista in Germania e in Svizzera tedesca e italiana. Pensavamo alla diversità di situazioni storiche, ambientali e culturali che aveva attraversato, tutto sommato senza poter contare su nessuno all’infuori di sè stesso. In questa prospettiva, la sua proverbiale testardaggine aveva molto senso, così come le sue uscite improntate a un’ironia contadina sorprendente. La testa, intesa come intelligenza e volontà, è stata la sua forza e, per ironia della sorte, anche la sua debolezza, quando il tumore si è sviluppato proprio nel cervello.

In un lampo, è arrivata domenica. La cerimonia si sarebbe svolta all’una e le previsioni del tempo annunciavano un caldo sole di giugno. Le persone hanno iniziato ad arrivare fin da prima di mezzogiorno, chi portando fiori o candele, chi semplicemente per rendere omaggio. Parecchi gli anziani e molti erano i saluti e le storie che nell’attesa venivano scambiati, come sempre accade in queste occasioni, in cui si ritrovano persone che non si vedono spesso. Così Nat si è ritrovata a salutare e baciare un parentado che non solo non aveva mai visto prima, ma neanche sapeva di avere, promettendo alla maggior parte di queste persone di passarle a trovare.

All’una esatta si è presentato il prete ortodosso, che con fare sbrigativo e molto burocratico ha dato qualche ordine per risistemare la bara e poi ha iniziato la cantilena di rito. A noi è parso un semplice tecnico intento a svolgere una manutenzione ordinaria, senza alcun coinvolgimento spirituale, né tantomeno umano. Ciononostante, la cerimonia è scivolata con leggerezza, tra segni della croce e in piedi, come è d’uso nei riti ortodossi. Caricata la bara sul carro funebre, abbiamo compiuto le tradizionali tre fermate obbligatorie per ulteriori preghiere prima di arrivare al cimitero, dove è seguita la benedizione del sepolcro e la posa della bara nella tomba.

A quel punto, è usanza che qualcuno della famiglia tenga un breve discorso di saluto del morto e Nat si è ritrovata a dover dire due parole improvvisate a tutta quella gente. Come solo lei sa fare, le parole le sono salite piene di umanità ed emozione, toccando i cuori di tutti.

Concluso il rito e intascata la commissione per il lavoro svolto, il pope è scomparso senza una parola, mentre i convenuti depositavano i loro fiori e ricevevano la tradizionale pallina di žito, un dolce fatto di grano di frumento e zucchero, dissetandosi con le bevande preparate, tra cui l’onnipresente rakia, la grappa di prugne.

Era arrivato il momento di tornare alla casetta accanto alla chiesa per il rinfresco. Gli alti tigli offrivano un’ombra meravigliosa nella calura domenicale. Prima di aprire le porte sulle delizie del catering, abbiamo passato qualche minuto ad ascoltare la canzone preferita di Petar: “Al otro lado del rio”, presentata con emozione e cuore da Nat.

Nei funerali tradizionali, il rinfresco è un vero e proprio pranzo a base di carni arrostite, affettati, cavolo fermentato, formaggio, pane, dolci e abbondante alcol. Questa volta, invece, gli oltre quaranta presenti hanno trovato un buffet con piatti più fini e variati, tra cui si trovavano anche svariati piatti vegani.

Dopo il primo attimo di smarrimento, gli invitati hanno apprezzato molto la novità e si è creato un ambiente molto conviviale. Di sicuro Petar avrebbe apprezzato quell’atmosfera benevola e distesa, in cui spesso rimbalzavano gli apprezzamenti per la generosità e l’aiuto che il papà di Nat aveva prestato a moltissime persone al villaggio, nel corso di decenni.

Tutto, durante la giornata, aveva funzionato alla perfezione e noi avevamo proprio la sensazione che Petar ci avesse dato la sua assistenza, ora che era libero dalle costrizioni del corpo malato. Ci siamo ritrovati la sera, tra di noi, stanchi, un po’ tristi e al contempo anche felici per aver chiuso questo capitolo con un finale dignitoso e sentito.

Adesso ci servirà una pausa per riprenderci da tutte queste emozioni e fatiche, prima di aprirne uno nuovo, tutto da creare. Occorrerà sicuramente tempo per assorbire l’esperienza appena vissuta e il vuoto che Petar ha lasciato, in modo diverso, in ciascuno di noi.

4 thoughts on “Un capitolo si chiude

  1. Cara Nat la morte non è mai un addio ma è un ritrovarsi ogni giorno in un alito di vento, una farfalla una nuvola, un canto di uccello, la natura ci riporta ogni giorno i nostri cari se la sappiamo ascoltare e tu questo lo sai fare molto bene. Ti stringo in un forte abbraccio insieme a Francesco e a tutti i tuoi cari.
    Sonia

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