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Rafaili e Julieta: un incontro di cuore

Dopo Valona, guidando verso nord lungo il mare, abbiamo incontrato ampie lagune e grandi spazi pianeggianti e coltivati. Lungo la strada verso Fier ci siamo fermati a visitare un luogo che un paio di anni fa era chiuso a causa del lockdown: Apollonia, un importante insediamento degli antichi coloni greci, dedicato al dio Apollo.

Gli scavi di questo sito archeologico si estendono su diversi ettari e rappresentano solo una minima parte dei resti presenti: ancora non hanno riportato alla luce tutte le vestigia dell’insediamento. All’interno della zona, che si estende su una collina con una magnifica vista sulla pianura e il mare, si trovano anche un piccolo museo e un monastero di grande fascino. Questo sito ci è piaciuto molto, sia per la sorpresa, perché non ci aspettavamo di incontrare un luogo così spettacolare, sia per l’energia che ancora permea quella terra. La storia di Apollonia e del suo porto è particolare: durante il periodo romano, era diventata così prospera e rinomata da ospitare il futuro imperatore Augusto, durante i suoi studi giovanili. Nel III secolo un terremoto cambiò il corso del fiume che la bagnava, rendendo la zona paludosa e malarica e impedendo le attività portuali. La gente abbandonò la città, che finì sepolta e dimenticata fino alla fine dell’800, quando un gruppo di archeologi francesi vi organizzarono le prime fasi di scavo. Oggi si possono ammirare alcuni resti davvero maestosi, come il colonnato di entrata al palazzo del consiglio cittadino, l’obelisco dedicato al dio Apollo, le fondamenta della biblioteca e una murata a nicchie semicircolari, probabilmente area dedicata ai commerci.

Da lì ci siamo spostati a Fier, una città di oltre 100.000 abitanti, dove eravamo già stati e dove ci eravamo entusiasmati per i mercati di abiti e oggetti di seconda mano tenuti dagli zingari. Un’intera zona della città, nei pressi dell’Università era adibita a questo scopo. La mercanzia si vendeva direttamente sulla strada, in spazi situati in vecchi edifici oppure in passaggi ricoperti da lamiere. I vestiti e le scarpe erano ammassati in mucchi e bisognava rovistare per scovare il capo giusto, mentre gli zingari gridavano i prezzi e le offerte del giorno. Abbiamo sempre fatto ottimi affari in quei mercati pieni di vita!

Nel frattempo la città è profondamente cambiata. L’abbiamo ritrovata più riordinata e ripulita, sempre piena di movimento, con il consueto traffico incasinato, ma con molti più lavori in corso e impoverita del suo fascino popolare. I mercati erano ancora lì, ma assai più regolati e meno ricchi di vita e di confusione. Noi, come al solito, abbiamo consumato le suole delle scarpe, girando Fier in lungo e in largo e apprezzandone le piazze, le vie, così come anche i vecchi edifici grigi dell’epoca comunista che sono stati ridipinti, per volere del primo ministro, con colori sgargianti che li rendono più allegri.

Dopo aver trascorso qualche giorno in questa città, era finalmente giunto il momento di ritrovarci con i nostri amici di Libofshë: padre Rafaili e sua moglie Julieta. A casa loro erano ospiti anche la figlia Magnola con i nipoti Franklin e Stuart. L’incontro è stato molto caloroso e pieno di risate e di discorsi, aiutati dai due ragazzini che, nonostante la giovanissima età, se la cavavano molto bene con l’inglese e ci facevano da interpreti. Doveva trattarsi di una semplice merenda mattutina, invece si è trasformato in pranzo, visita all’orto di famiglia e foto di gruppo. Julieta ci ha riempiti di cibo, che aveva preparato in abbondanza, compreso qualche chilo di olive raccolte nel suo oliveto e conservate con la ricetta segreta di famiglia. Rafaili ha raggiunto l’età della pensione, ma è ancora attivo come sacerdote ortodosso. In questi due anni Julieta e soprattutto Rafaili hanno messo su peso, così ci siamo presi in giro a vicenda, promettendo uno scambio di chili tra noi (magrolini) e loro.

Dopo questa bellissima giornata di amicizia e risate, abbiamo ripreso il viaggio. La meteo annunciava alcuni giorni di maltempo e freddo e così abbiamo cercato un posto che ci offrisse qualche servizio e la possibilità di fare il bucato. Siamo così finiti nel parcheggio del ristorante Buona Vila, su una lunga spiaggia situata proprio al termine della strada asfaltata che andava verso il mare. Il posto non era dei più piacevoli, ma Spartak, il proprietario, si è dimostrato cordiale e rilassato. Abbiamo condiviso i tre chili di olive di Julieta con tutti i camperisti che abbiamo incontrato, scambiando quattro chiacchiere con svizzeri, tedeschi e austriaci.

Nelle pause del maltempo abbiamo esplorato la zona, una lunga fascia di pineta e spiaggia sabbiosa, delimitata da due canali, incrociando spazzatura e plastica dappertutto: nella sabbia, tra le dune, tra i pini e gli arbusti. Ogni angolo raggiungibile dall’uomo sembrava trasformato in una discarica. Abbiamo desistito dalla nostra abitudine di dare una ripulita ai posti in cui sostiamo, di fronte alla quantità soverchiante di rifiuti. Ognuno degli stabilimenti balneari che punteggiano quella zona si è organizzato in modo autonomo, inventandosi “soluzioni” per gli allacciamenti dell’acqua e dell’elettricità e soprattutto per gli scarichi fognari. Ognuno cerca di ripulire il proprio pezzo di spiaggia semplicemente ammucchiando la spazzatura e i detriti dei lavori o portati dal mare nelle proprietà confinanti, gettandoli in giro oppure bruciandoli, un altro espediente molto utilizzato per liberarsi dei rifiuti.

Nei pressi di uno dei canali abbiamo incontrato alcuni pescatori albanesi che parlavano italiano. In un’immensa distesa di rifiuti, avevano creato una specie di repubblica anarchica, costruendo una casetta spoglia costituita da un’unica stanza in cui erano sistemati alla meno peggio una stufa, un frigo, un divano mezzo sfondato, un lavandino, un tavolone ingombro di portaceneri pieni, bicchierini di rakia, lattine vuote di birra, arance e cipollotti. Negli angoli della stanza c’erano inoltre un motore da barca, canne da pesca e resti di reti. Attorno all’edificio, si trovavano plastiche di ogni genere, pezzi di tubature e di motori, carrelli, latte e bidoni, stracci, pezzi di legno, cordami, su cui faceva buona guardia un cane randagio semi addomesticato, chiamato Ciccio. Nel canale erano ormeggiati un paio di gommoni, su cui incombeva la grande rete a bilanciere con cui acchiappano pesce ogni giorno. Abbiamo scoperto che quella combriccola era la fornitrice di pesce fresco per il ristorante del nostro ospite Spartak. La compagnia ci ha subito invitati per un caffè o una rakia e per mangiare insieme la gigantesca spigola che avevano appena pescato. Il boss del posto era orgogliosissimo di mostrarci il suo regno. Dopo molti anni di lavoro in Italia come camionista, quel posto rappresentava per lui la quintessenza della libertà. Quando abbiamo gentilmente fatto sapere che eravamo vegani, hanno riso e ci hanno chiesto cosa ci facessimo da quelle parti. Dopo qualche risata anche da parte nostra, ci siamo rapidamente congedati.

Nonostante la desolazione, alla fine siamo rimasti da Spartak ben quattro notti, mentre il maltempo si sfogava attorno a noi. Appena tornato il bel tempo, abbiamo preso decisi la strada verso Tirana: eravamo curiosi di vedere come fosse cambiata la capitale albanese negli ultimi due anni, dopo averla lasciata in pieno processo di trasformazione.

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