posti e persone

Missione in Montenegro

In questo articolo ci siamo divertiti a raccontare un’esperienza che abbiamo vissuto recentemente, usando due stili completamente diversi. Nella prima versione abbiamo riportato gli eventi con un’attitudine basata sul sospetto e il pessimismo. Nella seconda, invece, come li abbiamo realmente percepiti… con qualche licenza poetica qua e là.

Quale versione preferite?

Versione 1

In Montenegro, Dobro, lo zio di Nat, possedeva una modesta casetta a Dobre Vode, un porticciolo dove stanno all’ancora gli yacht della nuova classe abbiente, arricchitasi con i vari traffici organizzati durante il turbolento periodo delle guerre di divisione della Jugoslavia. L’aveva costruita negli anni ’80 su un piccolo monte senza vista sul mare, quando ancora la zona era poco abitata, per poi vederla circondare negli anni da una selva di costruzioni più o meno legali che l’hanno chiusa nel suo fazzoletto di poco più di 100 metri quadri.

Dopo molti ripensamenti, ha deciso di venderla, chiedendo aiuto alla sua vicina del posto, una certa Sava. Con una disponibilità inaspettata e molto rapidamente, la donna ha trovato un compratore disposto a versare il prezzo richiesto. Si trattava di un ispettore di polizia criminale, sulla quarantina, che pur avendo una famiglia con quattro figli da mantenere, in qualche modo era riuscito a trovare il denaro necessario per l’acquisto. In casi come questo, viene spontaneo chiedersi come certe persone riescano a disporre di denaro in esubero. Far parte delle forze di polizia permette sicuramente di avere sostegni negli ambienti giusti, basta osservare quante automobili di lusso circolano per le strade da quelle parti per rendersi conto che di soldi facili ne devono girare parecchi.

Lo zio di Nat viaggia ben oltre l’ottantina e non si sentiva molto sicuro sul da farsi per la vendita, le pratiche da preparare e le modalità di pagamento. Sava aveva portato la caparra in contanti fino a Belgrado, consegnandola a Dobro e mostrando un coinvolgimento molto interessato per l’affare in corso. Aveva inoltre chiesto e ottenuto la procura per la firma del contratto di vendita, dicendo che questo avrebbe facilitato le cose. A quel punto si poteva pensare che avrebbe potuto disporre a suo piacimento della casa e del prezzo di vendita. Sebbene sembrasse una persona per bene, noi pensavamo che fosse meglio non fidarsi ciecamente.

Avendolo ripetutamente ripreso per l’ingenuità che stava manifestando in questa fase preparatoria, lo zio si è finalmente reso conto che era più giudizioso avere qualcuno di fiducia che sovraintendesse alle operazioni. Dato che la nipote che abita con lui era impossibilitata a spostarsi per i suoi impegni di lavoro e di famiglia, Dobro ha chiesto a noi di volare in Montenegro, assistere alle firme del contratto e portargli il denaro in Serbia. Le commissioni per il trasferimento bancario tra Montenegro e Serbia sono assolutamente sproporzionate e richiedono l’intervento di avvocati per questo tipo di importi. Per questo, il pagamento sarebbe avvenuto in contanti, fatto che aggiungeva altro stress a quello che già sentivamo per questo viaggio.

Tutta quell’improvvisa fretta per concludere la vendita ci aveva messi in allarme. In Serbia, i montenegrini non sono visti di buon occhio: spesso sono invischiati in traffici poco legali e vengono considerati dei veri e propri criminali, persone di cui non ci si può certo fidare. Sava, per esempio, avrebbe potuto accordarsi con il compratore per farsi consegnare una parte di pagamento in nero, oltre all’importo di contratto, e Dobro non ne avrebbe saputo nulla.

Anche se eravamo presi dalle nostre fondate preoccupazioni, il viaggio fino alla cittadina in cui si sarebbe svolta la vendita, era filato liscio. Tuttavia, non eravamo per niente tranquilli. Abbiamo girato per le strade del centro turistico di Bar e trovato il notaio, ma all’ora stabilita per l’appuntamento Sava e il compratore non c’erano. La segretaria ci ha informati che avevano già firmato il contratto e che sarebbero tornati più tardi, per riceverne una copia. La piega degli eventi non ci piaceva per niente: i nostri presentimenti si stavano avverando. La donna e il sedicente poliziotto stavano fregando alla grande il povero zio Dobro.

Proprio mentre eravamo in pieno panico davanti a quest’evidenza, abbiamo ricevuto una telefonata da Sava: lei e Mervan, il compratore, ci aspettavano in un ristorante nei paraggi. Con un groppo alla gola siamo andati al luogo indicato, pregando tutti i santi che non si tattasse di un tranello. Ad attenderci, oltre a loro, c’erano un paio di amici del compratore (che cavolo c’entravano questi perfetti sconosciuti?) e pure il figlio della donna. Nonostante i modi amichevoli, non riuscivamo a capire il motivo della loro presenza, dato che dovevamo trattare di questioni private e prendere in consegna una considerevole somma di denaro. Chi ci garantiva che non si trattasse di un inganno e che, una volta usciti dal ristorante, non saremmo stati derubati da qualche loro complice?

Il cibo ci è sceso in pancia a fatica, mentre contavamo il denaro, sperando che non fosse falso. In quel momento, Sava ha iniziato a manifestare nausea e giramenti di testa, a suo dire per l’agitazione della situazione. Che fosse un tentativo di distrarci dal controllo dei soldi? Infatti, nei conteggi finali, oltre agli arretrati delle tasse comunali, abbiamo avuto la brutta sorpresa di trovare anche una trattenuta per la mediazione, su cui non si era accordata con Dobro. Era tutto chiaro, ora: era stato questo il motivo per cui quella donna si era mostrata così servizievole! Una percentuale dell’importo complessivo è entrato così in altre tasche, probabilmente per finire nelle mani del figlio, che non ci staccava gli occhi di dosso.

Eravamo ormai esausti, dopo tutto quello stress, ma Mervan ha insistito per offrirci un caffè. Seduti al bar, ha voluto telefonare allo zio. Con una parlantina che si percepiva ben allenata e una voce suadente, gli ha detto quello che Dobro avrebbe voluto sentire. Il sedicente ispettore sembrava così soddisfatto di sé che sicuramente l’acquisto della casa era stato un affare e ne abbiamo dedotto che con molta probabilità lo zio Dobro avrebbe potuto ricavare più denaro dalla vendita.

Il tempo passava e noi non vedevamo l’ora di tornare, perché stare in giro per le strade montenegrine con tutti quei soldi nella borsa non ci tranquilizzava per niente. Dopo un rapido giro fino alla parte vecchia della città di Bar, ormai ridotta a una scenografia pseudo tradizionale ad uso dei turisti, ci siamo fatti portare di nuovo all’aeroporto da un tassista dall’aria truce, che sembrava uscito da un film di gangster americano.

Per fortuna il volo e il ritorno sono trascorsi senza intoppi e in serata siamo finalmente approdati a casa di Petar. Ora si trattava solo di accompagnare Dobro per il versamento in banca, in modo che non ci fosse più il rischio che qualcuno allungasse le mani sui suoi soldi in una grande città balcanica come Belgrado. In Montenegro non metteremo più piede: siamo ancora scossi da quest’esperienza e ci vorrà del tempo per calmarci.

Versione 2

Lo zio Dobro possedeva una casetta di 38 m2 in Montenegro, quasi al mare. Quasi, perché la casupola in questione era situata in una stradina in cima ad una lunga e ripida salita: per scendere in spiaggia ci volevano una ventina di minuti a piedi, e per risalire almeno il doppio. Il terreno circostante misurava poco più di 100 metri quadri e in casa non c’era l’acqua corrente. Tutto attorno, si trovavano altre casette: alcune spartane come quella dello zio, altre più sfarzose, e che davano, nell’insieme, un’impressione piuttosto disorganica. Lo zio l’avrebbe volentieri lasciata in eredità a Nat, ma lei non ha accettato l’offerta, pur consapevole che il rifiuto l’avrebbe deluso.

Dopo aver rimuginato qualche anno sul da farsi, lo zio ha finalmente deciso di metterla in vendita, contattando una sua vicina in zona e chiedendole di spargere la voce. La signora Sava si è data da fare e in quattro e quatr’otto ha trovato un compratore disposto a pagare il prezzo richiesto.

Impossibilitato a volare fino in Montenegro a causa dell’età avanzata, lo zio ha dato procura a Sava per rappresentarlo davanti al notaio durante la firma del contratto. Restava ancora aperta la questione di come far arrivare i soldi in modo sicuro fino a lui.

Bé, è semplice! Con un versamento da banca a banca, direte.

Certo, sarebbe stata la soluzione più comoda, ma questa semplice azione non si poteva effettuare così facilmente. Dal Montenegro alla Serbia, i costi per questa banalissima transazione sarebbero stati spropositati. Quindi, che fare?

A questo punto, lo zio ci ha pregato di andare in Montenegro, assistere alla firma del contratto, prendere in consegna i contanti e portarglieli fino in Serbia.

Venerdì 13 maggio, il giorno del 28imo compleanno di Léo, il maggiore dei figli di Nat, abbiamo lasciato il papà malato e Numi nelle buone mani di Mira e Verka e siamo partiti dall’aeroporto di Belgrado alla volta di Podgorica. Senza alcuna formalità particolare e dopo 45 minuti di volo, siamo approdati in Montenegro, che ci ha accolti a braccia aperte.

La giornata era splendida e tutto vibrava di avventura: il fatto di avere una missione, di trovarci in un altro stato, di fungere da trasportatori di contanti, di respirare aria di mare, di poter nuovamente viaggiare, seppure per una giornata appena.

In un’oretta di taxi, attraverso magnifici paesaggi segnati da aspre montagne e dal più grande lago dei Balcani, Skadar, abbiamo raggiunto Bar, la cittadina dove sarebbe avvenuta la firma del contratto. Bar si trova sul mare, a una cinquantina di chilometri da Podgorica ed è un’importante porto turistico. Analogamente a quanto abbiamo incontrato in Grecia e Albania, la città ha una parte antica arroccata sulla montagna, mentre sulla costa si è sviluppata un’urbanistica recente, fitta di edifici e di infrastrutture per accogliere turisti. Come nostra consuetudine, abbiamo subito intrapreso un giretto esplorativo per orientarci e, come se ci avesse guidati un forza invisibile, siamo arrivati proprio davanti allo studio notarile.

Ad attenderci c’erano Sava e Mervan, il compratore, un aitante ispettore di polizia sulla quarantina. Sava aveva svolto un eccellente lavoro di preparazione con i documenti e le pratiche necessarie, così le operazioni formali si sono sbrigate con rapidità. Per celebrare l’acquisto, il novello proprietario della casetta ci ha invitati a pranzo in un ristorante nei dintorni, insieme a un paio di suoi amici e al figlio di Sava. La casa dello zio era passata definitivamente in buone mani ed eravamo tutti visibilmente soddisfatti dell’esito.

Per coronare il tutto, Mervan ci ha tenuto a telefonare allo zio Dobro per rassicurarlo sul fatto che avrebbe rinnovato la casa con cura e per invitarlo cordialmente a visitare lui e la sua famiglia, qualora volesse fare una capatina in Montenegro. È stata una telefonata commovente per la sincerità e l’umanità con cui quel giovane uomo, che non aveva mai visto lo zio, era riuscito a  toccare le giuste corde del suo animo, ancora molto legato ai ricordi degli anni ’80, periodo in cui aveva costruito quel piccolo rifugio al mare dell’allora Jugoslavia.

Il giovane ispettore ci ha poi accompagnati fino alla città vecchia, sul fianco di un monte, per un ultima visita prima di tornare in Serbia, salutandoci con molto affetto. Se mai dovessimo tornare in Montenegro con Rocco, lo ricontatteremo sicuramente.

Il rientro a Belgrado è filato via liscio e veloce, e senza rendercene conto, ci siamo ritrovati nuovamente a casa di Petar con la borsa piena di contanti: la nostra missione era andata in porto con pieno successo.

3 thoughts on “Missione in Montenegro

  1. Ciao ragazzi io preferisco la seconda versione perché ho imparato, anche con il vostro aiuto, ad essere positiva e a dare alle persone fiducia 🤗 Cari saluti dalla Grecia 😍

  2. Ciao carissimi, la seconda molto meglio certamente. ma com’è andata veramente ? Ahhaha spero come la seconda. La prima un’ottima sceneggiatura per un film

    1. Ciao Tati! Si, è andata come nella seconda versione.
      Ci siamo divertiti a scrivere un’alternativa più pessimista.
      Pensa che solo a fare l’esercizio di metterci in quell’attitudine verso la vita ci ha fatto vedere il mondo tutto pesante e scuro. È un’attitudine che non desideriamo coltivare in alcun modo!

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