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Julieta e Padre Rafaili

Dall’alto di Albanica, lo splendido podere di Tani, si ha una vista a 180° su tutta la vallata sottostante. A qualche chilometro da lì, subito dietro a un bucolico laghetto, un gruppetto di cipressi annuncia la presenza di una chiesa, nascosta dal fitto dei loro rami. Ieri mattina abbiamo deciso di andare direttamente lì.

Ci siamo messi in cammino di buon’ora: il sole riscaldava i nostri corpi in movimento e il paesaggio, caratterizzato da verdi colline, pascoli e colture, era gradevole e rilassante. Siamo arrivati alla chiesa costeggiando il laghetto, incrociando al nostro passaggio cani, mucche, anatre con gli anatroccoli, ma soprattutto cercando di evitare di slogarci una caviglia, inciampando su un sasso o cadendo in uno dei tanti solchi della strada sterrata.

La chiesa si trovava in un’area circondata da un muro recintato, con un bel parco di alti cipressi e un cimitero. Si trattava di una chiesa ortodossa costruita nel 1772, dedicata a San Giorgio e miracolosamente scampata alla distruzione del movimento ateo voluto da Enver Hoxha negli anni ’60. All’entrata abbiamo subito notato il volto gentile di Padre Rafaili, che ci ha invitati a entrare e ci ha raccontato tutto quello che gli era possibile raccontare, con le poche parole d’italiano che conosceva. Con un po’ di greco, qualche parola chiave in italiano, un po’ di albanese indovinato e tanta buona volontà, siamo riusciti a farci una bella chiacchierata, proseguita poi in un caffè di Libofshë, il paesello lì vicino. Abbiamo conosciuto la famiglia di Rafaili attraverso le foto sul suo cellulare e percepito quanto bene volesse a sua moglie Julieta. Piano, piano, ci siamo raccontati le nostre vite, così diverse. Padre Rafaili non ci ha lasciati partire finché non abbiamo acconsentito di ritrovarci l’indomani, per passare la giornata insieme, Julieta compresa.

Il mattino seguente, alle nove precise, puntuali come solo due svizzeri sanno essere, abbiamo ritrovato Padre Rafaili sul sagrato della chiesa. Ci stava aspettando. Siamo saliti nella sua auto e ci siamo diretti verso un altro baretto del paese, dove tutti ovviamente conoscevano il pope della chiesa ortodossa. Padre Rafaili era gentile con tutti e salutava ognuno affabilmente, orgoglioso di mostrarsi con due forestieri. Finalmente abbiamo incontrato la sua Julieta, che ci aspettava all’angolo di una strada: una bella signora sulla sessantina, piena di vita e ardore. L’abbiamo amata fin da subito. Padre Rafaili aveva già espresso molti aprezzamenti per sua moglie il giorno prima e la prima cosa che Julieta ha dichiarato, incontrandoci, è stata quanto buono e bravo fosse suo marito. Era bellissimo percepire quanto si amasessero e fossero connessi in profondità. Sembravano due fidanzati in gita romantica e non una coppia sposata da ben 40 anni!

Ci hanno dapprima portato a visitare l’antica chiesa ortodossa di Sant’Atanasio, ricca di affreschi di fattura molto accurata. Abbiamo apprezzato la lavorazione del pulpito, con i suoi intagli floreali e quella dei pannelli istoriati, che separano la zona riservata ai celebranti da quella riservata ai fedeli. Le chiese ortodosse antiche sono ricercate e semplici al contempo, e tutte hanno un punto centrale, su cui pende dal soffitto un grande lampadario, simbolo della luce divina.  

Poi è stata la volta del monastero di San Cosma, completamente ristrutturato di recente. All’interno delle sue mura ci sono addirittura tre chiese. La più grande è quella in cui si tengono le liturgie ordinarie. A lato, ce n’è una molto piccola, dove si trova la tomba del Santo. Rafaili ci ha spiegato che tutta quella parte si trovava sommersa dalle esondazioni di un vicino canale, sotto oltre tre metri di terra. Gli scavi avevano permesso di riesumare la tomba, insieme a un antico affresco del santo. Sotto una tettoia protettiva si trovano infine i resti di due pareti affescate della terza chiesa, uniche superstiti del crollo dovuto all’erosione delle acque. Questi luoghi hanno un’energia molto forte. L’abbiamo percepito con chiarezza inequivocabile quando ci siamo posizionati nel loro punto centrale, proprio sotto “la luce divina”.

Dopo aver acceso le tradizionali candeline votive per i vivi e per i defunti, padre Rafaili ha pronunciato una benedizione per tutta la nostra famiglia. Poi, lui e Julieta ci hanno portati a fare una breve passeggiata lungo un canale che si apriva verso una laguna. Tra noi si era instaurata una complicità inaspettata e spesso scoppiavamo in grandi risate, per i nostri involontari giochi di parole saltando da una lingua all’altra. I quattro passi ci hanno messo fame e siamo approdati a un ristorantino per il pranzo. Anche Julieta non riusciva a capire che non volessimo mangiare pesce, la specialità del luogo. Loro hanno ricevuto ben tre pesci grigliati a testa e noi abbiamo mangiato tutto il resto: insalate varie, melanzane, peperoni, zucchine e patate. È arrivato anche un dessert offerto dal ristorante, che abbiamo messo in un recipiente da portare a casa loro, da gustare più tardi, con un caffè. Padre Rafaili ci ha tenuto a offrirci il pranzo e Julieta, scherzando, ci ha informati che, quando verranno in Svizzera, saremo noi a saldare il conto al ristorante.

Abbiamo ripreso l’auto, e percorrendo stradine di campagna in mezzo alla bellissima natura di quella regione, ci siamo diretti a casa loro. Siamo rimasti sorpresi quando l’auto si è fermata davanti a uno stabile fatiscente di tre piani, con i mattoni non intonacati e dall’aria poco invitante. Immaginavamo che Julieta e Rafaili abitassero in una casetta con un giardino pieno di fiori, grande passione di Julieta, invece abitavano proprio dentro quell’umile edificio. Siamo saliti al secondo piano e siamo penetrati in un mondo a parte. Il loro piccolo appartamento risplendeva di ordine e pulizia, oltre che di piccoli lavori fatti a mano e di ritocchi femminili. Il loro genero aveva interamente rifatto i pavimenti e il bagno, con migliorie alle pareti e alle tinte, rendendo tutto l’ambiente fresco e molto accogliente. La diversità tra l’interno e l’esterno era stridente, ma Rafaili e Julieta erano una coppia felice e in quel contesto avevano creato un piccolo paradiso. Per noi, questa è stata una bella lezione di vita, che ci ha mostrato quanto la situazione esterna importi poco, e quanto invece sia davvero rilevante ciò che ne facciamo. Lì risiede il nostro campo d’azione per vivere vite più significative.

Dopo aver bevuto un caffè turco, mangiato l’ottimo dolce del ristorante, oltre che scambiato altri discorsi e videochiamate con i loro simpatici figli e nipoti, era arrivata l’ora di salutarci. Naturalmente, Julieta non ci ha lasciati andare senza rifornirci di una bella porzione della tradizionale fagiolata, di biscotti e di una bottiglia dell’olio che produce con i suoi 400 olivi di famiglia. Voleva darci anche 10 uova, ma siamo riusciti a dissuaderla dall’intento. Tornando al nostro Rocco abbiamo però notato che tra le varie cose che aveva infilato nel nostro sacchetto, c’era anche una scatoletta di acciughe sott’olio. Si sarà detta che anche dei vegani convinti, ogni tanto, devono cedere al richiamo di un’acciuga!

Oggi siamo ripartiti per il parco nazionale Divjakë situato a una ventina di chilometri. Nel frattempo Julieta e Padre Rafaili ci hanno mandato dei messaggi, invitandoci caldamente a ritornare da loro. Per riuscire a comunicare per scritto, abbiamo fatto ricorso al traduttore di google, che tra l’italiano e l’albanese ha prodotto dei messaggi esilaranti. In ogni caso, ci hanno proprio conquistati, così abbiamo accettato di buon grado e lunedì ripasseremo da loro per pranzo, prima di dirigerci verso Tirana.

2 thoughts on “Julieta e Padre Rafaili

  1. Vi leggo sempre con molto piacere! Grazie per l’impegno! Vi auguro ancora tante avventure e incontri nel vostro viaggio esteriore e interiore!
    Un saluto da Madrid 👋👋👋

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