posti e persone

Dal Montenegro in Serbia

La strada tra Cetinje e Kotor supera un passo molto elevato. Siamo arrivati al limite della neve, mentre Rocco dava il meglio di sé per portarci sulla vetta. Ma il bello non era ancora arrivato. Una volta arrivati in cima, la discesa è stata epica: la vecchia strada aveva una sola corsia, che scendeva lungo il costone della roccia, un tornante dopo l’altro, giù fino al mare di Kotor. I luoghi erano incantevoli, con un panorama che scendeva fino ai bracci di mare racchiusi dalle montagne avvolte dalle nebbie del mattino. Alla guida, però, non c’era troppo da guardare fuori dal finestrino: a ogni incrocio con un altro automezzo servivano ardue manovre per passare. Di sicuro qualche autista locale avrà imprecato a noi turisti, così bizzarri da prendere quella via stretta e scoscesa con un grosso camper. Siamo comunque riusciti a scendere senza grosse difficoltà fino a Kotor, nei suoi stretti spazi tra il monte e il mare, e abbiamo trovato un posticino a qualche chilometro di piacevole camminata verso il centro, lungo la riva.

La cittadina si specchia in un bacino racchiuso tra le montagne, che fin dall’antichità era usato come porto sicuro contro le tempeste e gli attacchi di pirati e nemici. Il centro storico è racchiuso tra le mura di una possente fortezza, a cui si accede dai tre grandi portoni a sud, est e ovest. Tutta l’area pullulava di turisti, nonostante la stagione stentasse a partire, con una meteo molto instabile. Appena entrati oltre il muraglione, abbiamo capito il motivo di tanto interesse: gli antichi palazzi sono stati conservati e restaurati, così come le viuzze, le piazze lastricate in pietra bianca, le fontane e le numerose chiese. L’effetto era molto scenografico ed evocativo, nonostante la presenza di numerosi negozietti di souvenir e “artigianato”, così come di bar e ristoranti, con gli ombrelloni sponsorizzati e la solita musica omogeneizzata.

Lì vicino, ci siamo regalati un pranzetto in un ristorante con una bella terrazza sul fiume, dove ci hanno servito un paio di piatti vegani interessanti e diversi dai soliti “contorni della carne” che abbiamo assaggiato in tutti i Balcani, Grecia compresa. La mattina seguente, di buon’ora, ci siamo spostati lungo la costa, fino a Tivat e al Porto Montenegro, la sua area portuale. Un numero crescente di proprietari di grandi yacht tiene la barca ormeggiata proprio lì e Porto Montenegro è diventato un diretto concorrente di luoghi più famosi come Montecarlo. La zona è stata ripulita e adeguata a questo tipo di turisti, con resort, ristoranti e boutique di lusso, marmi bianchi, palme e prezzi altissimi. Per noi è stata un’immersione in una realtà completamente diversa da quella essenziale a cui siamo abituati con la vita in camper, sentendoci come allegri alieni a spasso con il cane.

Il nostro interesse era ben altro. Ci siamo allontanati da lì, diritti al nostro obiettivo. La pista di un aeroporto divideva Tivat da un’isoletta dove si trovava il monastero Prevlaka. È lì che siamo andati per conoscere l’abate Benedikt, un ex professore universitario di matematica serbo che gode di grande fama come guida spirituale. Avevamo atteso il trascorrere della Pasqua per non disturbare le attività intense della festa più sentita dai devoti ortodossi, ma nel frattempo Benedikt si era preso un periodo di ritiro e così l’incontro è sfumato. Noi, comunque, ci siamo assaporati l’atmosfera rilassata dell’isoletta. Ai tempi dell’ex Jugoslavia, attorno al monastero era sorto un mini villaggio di vacanze, con piccole casette tuttora esistenti e risistemate, e un piccolo cantiere nautico con un porticciolo. Nel monastero fervevano molti lavori di risistemazione dei giardini e delle rive, con operai che costruivano decori e muretti in pietra. I rintocchi delle campane scandivano gli orari di lavoro e la serata è scivolata nel silenzio, rotto solo dai canti degli uccelli e dal gracidio delle rane nei canali.

Sull’onda dell’entusiasmo per i monasteri, ci siamo diretti a quello molto più famoso di Ostrog, risalendo le montagne fino a 800 metri circa. In questo periodo la meteo è stata così imprevedibile che abbiamo tenuto d’occhio le quote a cui salivamo, perché poteva benissimo capitare una nevicata o una notte di gelo, che non avremmo per nulla gradito, nonostante il buon funzionamento del nostro fedele riscaldatore. Anche in questo caso la strada si è inerpicata sul costone del monte e abbiamo posteggiato presso il monastero inferiore, scegliendo di salire a quello superiore seguendo il sentiero tra i boschi per tre chilometri. Lungo il percorso abbiamo scambiato saluti e sorrisi con i fedeli, molti dei quali erano scalzi, seguendo la tradizione di camminare a piedi nudi tra i due monasteri. Arrivati sul posto, non ci aspettavamo di incontrare una tale folla di persone, provenienti da ogni parte. Abbiamo così scoperto che il fondatore del monastero, Vasilije, è un santo di grande fama, al punto che oltre 100.000 persone visitano il suo santuario incastonato nella roccia, ogni anno. Una lunga fila attendeva di accedere alla microscopica caverna-chiesa originale del ‘600, dove riposa la mummia di Vasilije. Anche noi abbiamo voluto vivere l’esperienza di passare dalle minuscole porte della cripta, fino ad arrivare alla bara del santo, dove tutti si facevano il segno della croce e baciavano i bordi del feretro. Un arcigno frate sorvegliava il buon ordine del flusso di persone, silenziando ogni commento o domanda. A dire il vero, non abbiamo avvertito una particolare solennità mistica, con tutto quel via vai e l’indaffaramento attorno al negozio di souvenir e parafernalia religiosi, ma ci è piaciuta l’atmosfera di devozione che tutta quella gente mostrava, così come la vista sulla vallata verde sottostante, che ispirava una serena pace.

Ostrog dista poche decine di chilometri dalla capitale Podgorica, dove ci siamo diretti il giorno dopo. Lì abbiamo conosciuto Stojan, un uomo di un tale spessore umano che abbiamo dedicato a lui e alla sua città un articolo a sè.

Per la notte abbiamo scelto di spostarci in direzione della Serbia, lungo la gola scavata dal fiume Morača. Ci ha ospitati il Camp Titograd, dal vecchio nome di Podgorica, un camper stop con ampio spazio e fornito di tutti i confort per gente come noi.

Da lì siamo saliti lungo la strada che si snoda tra i monti, fino a raggiungere il parco nazionale Biogradarska Gora e il suo laghetto di montagna. È un posto magnifico, circondato da boschi di faggi e conifere e con ampie zone di sottobosco, ora coperte di aglio orsino che ha allietato il nostro pranzo. Era domenica e c’era parecchia gente, ma la zona era tranquilla e piena di suoni della natura. Numerosi corsi d’acqua alimentavano il lago e formavano una zona acquitrinosa, dove scorrevano rivoli di acqua cristallina che, intrecciandosi con la vegetazione, formavano un habitat ricchissimo di vita. A fine dell’800 il principe Nicola aveva messo sotto protezione ambientale diverse zone del paese, che così hanno potuto essere preservate fino ai giorni nostri. Sorprendentemente, il Montenegro è stato lo stato europeo che per primo ha messo in atto delle politiche di salvaguardia dell’ambiente, da vero precursore ecologista. Avremmo voluto passare nel parco anche la notte, ma i 22 euro richiesti oltre al biglietto di ingresso ci sono sembrati inopportuni. È così che abbiamo proseguito fino al paesino rurale di Mojkovac, poco distante, dove abbiamo riposato dietro alla stazione ferroviaria, cullati dallo sferragliare dei pochi treni di passaggio e dai versi degli animali delle fattorie vicine.

Era arrivato il momento di salutare il Montenegro e di entrare in Serbia, che ci ha visti passare così tante volte da essere diventata come una seconda casa per noi. La vecchia strada molto sconnessa e rovinata seguiva le montagne e i fiumi, tra Morača e Tara. Abbiamo raggiunto le cittadine di Prijepolje e Priboj, facendo tappa alla piscina di acqua calda naturale della spa locale per una bella scorta di calore e di relax, dopo tutte queste giornate di tempo incerto, fresco, coperto e piovoso. Ci siamo resi conto che è da un mese che il sole si fa attendere, mostrandosi solo a caldissimi tratti. Speriamo che si decida a farsi vedere in modo più stabile, così da far maturare le ottime fragole e ciliegie serbe di cui siamo ghiottissimi.

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