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Vietato morire bene

Lo stato del padre di Nat si sta deteriorando rapidamente. Da qualche giorno, tiene gli occhi chiusi e viaggia in un suo mondo, dove è costantemente impegnato a lottare contro mostri e demoni. Picchia senza sosta con mani e piedi, che ormai ha coperto di lividi, gridando frasi sconnesse e talvolta cercando di mordere le persone o i cuscini attorno. Se non gli arriva nessuno a tiro, morde le proprie mani. Giorno e notte, non fa differenza, lo assillano terribili incubi, intercalati da brevi fasi di sonno agitato. È ormai esausto e tuttavia ha ancora energia vitale. È penoso vederlo in questo stato, avvolto nella sofferenza che nessuno di noi riesce ad alleviare.

Lo assistiamo ormai da mesi e siamo sbalorditi da quello che osserviamo. Da quando, a dicembre dell’anno scorso, gli è stato diagnosticato un tumore al cervello non operabile o trattabile, si è scatenata la corsa all’iper medicalizzazione del sintomo. Oltre ai farmaci che già prendeva per la pressione sanguigna e per prevenire l’ingrossamento della prostata, gli sono stati immediatamente prescritti un antiinfiammatorio, un antiepilettico, un antiallucinatorio, un antitrombotico, un calmante, un sonnifero e un protettore dello stomaco contro l’azione aggressiva dei farmaci stessi. Noi pensavamo: ha ottantotto anni, ha accolto bene la diagnosi di tumore, è cosciente di morire, non ha dolori… a cosa servono tutte quelle pillole? A curarlo da cosa? Inoltre: chi in realtà conosce i veri effetti collaterali di tutte quelle sostanze chimiche, mescolate tra loro e prese regolarmente?

Abbiamo iniziato a constatare quanto potente sia il condizionamento delle persone in merito alle cure e alla salute in generale. Petar viene costantemente controllato e a ogni minimo sintomo, fosse anche solo una macchiolina sulla pelle, si corre in farmacia a comprare un prodotto.

In Serbia, la sanità pubblica offre un servizio scadente e così chi se lo può permettere usa i servizi delle cliniche private. I costi sono proibitivi per il tenore di vita serbo, eppure non si esita a farne ricorso, tant’è vero che si stanno diffondendo sempre di più. Questa solerzia serve soprattutto alle persone che curano il malato, a rassicurarle del fatto che stanno facendo tutto il possibile per il loro caro e per sopprimere la paura e l’ansia che salgono quando si è di fronte al mistero inevitabile della morte.

Inoltre, secondo l’uso imperante che “il malato deve mangiare per riprendere le forze”, Petar veniva riempito di cibo pesante come carne, frittate con cipolla e pancetta, polenta e formaggio, senza dimenticare i dolci. Ora che non è più in grado di ingerire cibo solido, si è passati a intense zuppe di pollo. Nelle cucchiaiate vengono infilate anche le varie pillole polverizzate. La faccia di Petar si contrae dal disgusto quando riceve quei miscugli, eppure di eliminare qualche farmaco non se ne parla neanche per sogno.

Anche le dottoresse che con regolarità lo visitano gratuitamente, da parte di un’associazione che offre cure palliative, nonostante la loro grande disponibilità e gentilezza continuano allegramente a prescrivere nuovi farmaci. La farmacomania è impressionante.

Quando Nat e io abbiamo sollevato la questione, siamo stati investiti da indignazione. Ma come? Se non prendesse i farmaci starebbe molto peggio! E se morisse perché non glieli diamo? Abbiamo provato a spiegare che Petar sta già morendo di tumore e che le uniche pillole da mantenere sono davvero poche, gli psicofarmaci per intenderci, ma solo perché toglierli di colpo provocherebbe una crisi di astinenza dalle conseguenze imprevedibili, trattandosi di vere e proprie droghe legalizzate.

Constatiamo che l’accanimento nelle cure impedisce al malato la tranquillità necessaria per abbandonarsi al processo del morire, lasciando andare ogni vincolo con la sua esistenza in forma fisica. Di fronte alla morte, ognuno, noi compresi, proietta sul morente le proprie angosce, i propri fantasmi e le proprie parti irrisolte e il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi.

Nel frattempo, Petar si trova da solo a confrontarsi con la morte. Le cure sono tutte centrate sul corpo fisico, ma non basta. I suoi lamenti agitati mostrano che sta rivivendo parti traumatiche del suo passato, rimaste sepolte per decenni. Non ha avuto alcuna educazione o strumento per integrarle e il suo corpo emotivo le sta rivivendo, ora che quello fisico e quello mentale stanno perdendo la presa.

La nostra impressione è che la cosa importante sia solo che Petar resti “malato, ma vivo” il più a lungo possibile, anche se tormentato, in modo che si continui a giustificare la “macchina della salute” che gli gira attorno. La possibilità di accompagnare un morente in modo rispettoso e semplice, per esempio con un’alimentazione intelligente e un approccio più naturale alla malattia e alla morte, viene derisa, se non addirittura ostacolata fino al ricorso a mezzi legali.

I suoi bisogni di cura emotiva e soprattutto spirituale sembrano irrilevanti. Quando ne parliamo con le persone che gli stanno attorno, ci rendiamo conto che si tratta di concetti che risultano totalmente estranei. Tutt’al più, verrà chiamato un prete per la liturgia del rito funebre. Ormai priva del suo significato rituale di accompagnamento dell’anima al distacco dalla forma fisica e di elaborazione del lutto, resterà una messa in scena priva di sostanza, dettata solo dalle consuetudini culturali.

Queste e altre sono riflessioni che condividiamo mentre siamo impegnati nel sostegno a Petar. Riassumendo si può dire che vivere bene non è permesso e morire bene è bandito.

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