posti e persone

Un pizzico di Ungheria

Nel nostro ultimo articolo abbiamo scritto che Numi era raffreddato e tossiva. Nei giorni seguenti, ha fatto quello che tutti gli animali fanno d’istinto: è stato a riposo e la tosse è passata in tre giorni, dopodiché è tornato come nuovo, vispo e di buon appetito. Anche noi umani abbiamo la stessa fantastica capacità di autoguarigione, usando, tra l’altro, gli stessi espedienti: riposo e digiuno fino a che il corpo non si ripulisce per conto suo, attraversando fasi con vari sintomi. Abbiamo sperimentato più e più volte che, nelle rare occasioni in cui ci viene un raffreddore, basta digiunare uno o al massimo due giorni, rallentare un po’ il ritmo e riposare. È sufficiente non intralciare il corpo nel suo processo di autoguarigione con pillole, spray nasali e quant’altro e il raffreddore se ne va da solo.

Ma torniamo al nostro viaggio. Quando abbiamo saputo che il nostro amico Lehel stava tornando alla sua casa vicino a Subotica, abbiamo posticipato lo spostamento in Ungheria per andare a visitare quell’uomo così speciale. Volevamo vedere dove aveva eletto domicilio e cosa aveva creato. Lehel, infatti, una cinquantina di anni fa aveva acquistato una vecchia casetta spersa nella campagna, con un paio di ettari di terreno prontamente riempiti di giovani alberi. Ora, in quella che è diventata una vera e propria giungla di acacie, Lehel ha creato il suo piccolo feudo personale, dove mette in pratica il suo estro creativo e le sue profonde conoscenze nella costruzione con materiali naturali. Attorno alla casetta originale, con l’aiuto di tanti volontari e amici che vi si recano in visita, Lehel ha concepito una serie di spazi di grande efficacia nel risparmio energetico e nel benessere ambientale, con effetto scenografico garantito. Quando siamo arrivati, due baldi giovanotti erano all’opera nella rifinitura di un paio di tavoli massicci. Due giorni dopo, infatti, proprio lì si sarebbe svolto il matrimonio di una coppia olandese ed erano attese 150 persone. Guardandoci attorno, non riuscivamo a immaginare come sarebbero riusciti a preparare tutto in tempo, dato che il posto sembrava un cantiere aperto, costellato da pile di materiali come vecchi mattoni e tegole, ceppi d’albero, legna, tavolame e mille altri oggetti particolari sparsi in ogni dove. Nel bel mezzo del cortile spiccavano alcune balle di paglia, usate da Lehel per insegnare a costruire un’abitazione proprio con quel materiale. Abbiamo trascorso un paio di ore ad ascoltarlo, mentre ci conduceva da un punto all’altro per mostrarci ogni anfratto della sua repubblica indipendente, raccontandoci storie, idee e progetti per il futuro. Quell’uomo è una fucina di energia e vitalità e riesce ad appassionare tutti quelli che lo incontrano e lavorano con lui. Sicuramente cercheremo di stargli a tiro anche in futuro, magari frequentando uno dei suoi interessantissimi (e operosi) seminari.

Il giorno seguente abbiamo percorso i pochi chilometri che ci dividevano dal confine e siamo arrivati in Ungheria, nella città di Szeged – Seghedino. Subito, ci siamo sentiti su un altro pianeta. Innanzitutto, eravamo colpiti dalla lingua, così particolare, piena di umlaut e parole lunghissime. In secondo luogo, era chiaro che non ci trovavamo più nell’area balcanica: qui l’ordine e una certa serietà regnavano sovrane. Molti dettagli ci segnalavano il repentino cambiamento di ambiente (da notare che Szeged dista a soli 20 km dalla frontiera serba!): strade in buone condizioni, persone discrete che non gridano quando parlano, poca gente in giro, nessun rifiuto per terra, neppure una carta. Pochi i bar e pochi i clienti, così come poche le panetterie che nei Balcani si trovano ad ogni angolo. Persino le insegne e le pubblicità sembravano misurate! Abbiamo trovato posto appena oltre il ponte di ferro sul fiume che lambisce il centro città. Siamo stati fortunati, perché solo due giorni dopo sarebbe scattato il pagamento generalizzato in tutti i posteggi del centro e così abbiamo trascorso due notti in piena città, senza alcun disturbo e senza pagare un centesimo. Anzi, le notti sono risultate particolarmente silenziose, e anche questo ci ha sorpresi, abituati come eravamo ai soliti esaltati che approfittano delle ore notturne per dar sfogo alle loro moto o auto spinte a manetta. Il centro storico di Seghedino è molto bello ed è contrassegnato da grandi palazzi di epoca austroungarica, tra cui quello dell’università, premiata come “la migliore d’Ungheria” e orgoglio della città.

La cattedrale di Nostra Signora d’Ungheria ospita un organo di impressionanti dimensioni, uno dei più grandi del mondo.

Abbiamo visitato anche la sinagoga, che ci ha sorpresi per le grandi dimensioni e la ricchezza delle decorazioni, a simboleggiare la forte presenza ebraica, tristemente falcidiata dalla persecuzione nazista. Così abbiamo celebrato il compleanno di Nat, camminando a lungo e con calma tra le vie poco trafficate, ammirando quelle architetture così elegantemente austere, fiere e imponenti.

Da lì ci siamo rituffati nella natura, finendo sul piacevole laghetto Deseda, la nostra ultima tappa ungherese, dove abbiamo fatto un bel bagno rinfrescante tra i canneti. Il giorno dopo infatti siamo passati in Slovenia, in una zona collinare ricca di vigneti e acque termali. Abbiamo ritrovato i riferimenti linguistici, a causa delle similitudini tra sloveno e serbo, ma il senso di ordine e cura che avevamo già osservato in Ungheria è rimasto lo stesso. Le abitazioni mostravano rifiniture di pregio e in generale si respirava un diffuso benessere economico. Ci sembrava di trovarci in Svizzera! Il caso ci ha portati allo stabilimento termale Bioterme, dove abbiamo fatto tappa nel loro spazio per camper. L’impeccabile organizzazione e le infrastrutture delle terme molto curate ci hanno offerto un paio di giorni di sole e bagni rigeneranti in uno splendido contesto naturale: l’ideale, prima della decisa virata verso l’Italia e la Svizzera.

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