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Un moment de répit

Questa volta la nostra gita infrasettimanale ci ha portati a ovest, a ridosso del confine con la Bosnia.

Siamo partiti in mattinata, per poter percorrere i circa 150 km lungo la strada da Belgrado a Loznica. Arrivati a Ostružnica, dove teniamo Rocco, abbiamo appreso che lo zio di Nat stava andando dal notaio a Belgrado e aveva bisogno di un sostegno logistico e morale proprio quel giorno, poiché stava vendendo la sua casetta di vacanza in Montenegro. Per sbrigare alcune pratiche amministrative lo abbiamo quindi accompagnato dal notaio e tra una cosa e l’altra siamo riusciti a partire solo alle tre verso Banja Koviljača, la nostra meta.

La lunga strada si snodava dapprima lungo il fiume Sava, poi attraverso ampie campagne e infine tra le rigogliose colline che contraddistinguono quella regione. Proprio una di quelle magnifiche e verdeggianti vallate collinari ha rischiato per un pelo di essere annientata da una enorme miniera di litio a cielo aperto. Solo un vasto movimento popolare di protesta, con l’appoggio di personalità serbe e internazionali, ha fatto in modo che i permessi venissero ritirati e che quella valle e le sue fonti di acqua restassero protette.

Arrivati alla nostra meta, abbiamo trovato posto sul retro dell’area dello stabilimento termale, in una stradina acciottolata all’ombra di alberi secolari. Ci siamo inoltrati tra gli edifici e siamo usciti nel grande parco interno della clinica. Lo spettacolo di fronte a noi ci ha sorpresi per magnificenza e bellezza. Attorno a una grande fontana centrale, i giardini componevano un grande cerchio attorniato da edifici degli inizi del ‘900, rimessi a nuovo. Attorno, tigli, aceri e querce aprivano le loro chiome maestose e ricche di fogliame, dove cantavano centinaia di uccelli.

Quella sera, Nat ha incontrato Ankica, una sua amica che dopo anni di lavoro in Ticino è ritornata in patria, proprio a Banja Koviljača. Ci ha dato diverse idee per visitare la zona e l’indomani abbiamo deciso di recarci a Trsič, il villaggio natìo di Vuk Karadzič, un importante riformatore della lingua serba, vissuto tra il 700 e l’800.

Sulle alture proprio alle spalle della clinica si trova Gučevo, un monumento da cui si gode della vista sulla Bosnia, il fiume Drina e la cittadina di Loznica. Siamo saliti per la tortuosa strada, tra boschi di alberi ad alto fusto da cui avrebbero potuto sbucare gnomi e esseri fantastici da un momento all’altro, tra i raggi di sole che filtravano tra il fogliame, illuminando fiocchi di semi e migliaia di insetti in volo. Gučevo è in realtà un mausoleo, una massiccia piramide di pietra, tomba per le ossa di 4000 soldati serbi e austroungarici caduti nella battaglia sulla Drina del 1914. La vista sul paesaggio circostante valeva il lungo giro per arrivare fino alla cima. A perdita d’occhio si estendono colline coltivate o lasciate a bosco, ai cui piedi si snodano le anse della Drina. Attorno, non c’era traccia di presenza umana. Lo stormire delle foglie, il canto degli uccelli e il ronzio degli insetti, ci trasmettevano una calma profonda.

Con quello spirito, ci siamo trasferiti a Trsič. Il villaggio è stato ricostruito rispettando le tecniche tradizionali ed è diventato una meta per i turisti e le scolaresche. È sempre affascinante immaginare come potesse essere la vita in quei tempi. Ogni abitazione era circondata dalla stalla, il granaio, il pozzo e da altri edifici per le attività rurali. Molti piccoli corsi d’acqua segnavano i percorsi e i confini delle proprietà. Tutte le recinzioni sono state ricostruite con la tecnica tradizionale, con piccole assi di legno intrecciate da rami flessibili. Ci siamo incamminati tra i boschi, verso un monastero, ma dopo pochi chilometri la strada si era fatta troppo fangosa per le recenti piogge. Numi cercava di evitare le pozze, e pure noi cercavamo una via alternativa lungo i passaggi improvvisati fatti di fogliame e pietre. Ad un certo punto, la strada era diventata davvero impraticabile e abbiamo così deciso di cambiare meta, prendendo una ripida salita verso il Konak Milica, un’osteria tradizionale che ci era stata consigliata da Ankica. Dopo un’erta arrampicata nei boschi, siamo arrivati in un posto bello e ben curato. Il proprietario si è subito mostrato molto amichevole e ha commentato le condizioni del polso di Nat, esternando che non gli piaceva vederlo così gonfio.

In Serbia, soprattutto fuori dalle città, è assolutamente normale che le persone si interessino agli altri e cerchino di essere di aiuto. Dopo un ottimo pranzetto, il simpatico proprietario ci ha consigliato di recarci da un guaritore dei dintorni, un uomo semplice, Dragan, nato con il “dono”, come lo chiamano qui. Nat si è subito lasciata entusiasmare da quell’opportunità e così ci siamo messi alla ricerca della sua casa tra i campi coltivati. Arrivati alla sua fattoria, semplice e modesta, abbiamo trovato diverse persone in attesa delle sue cure. Arrivato il turno di Nat, in pochi tocchi delicati ha individuato il problema e consigliato le cure necessarie: un impacco di radice di consolida, latte, uovo e acido citrico, per un paio di settimane, ogni notte. Dopo il trattamento orribile e incompetente ricevuto al pronto soccorso di Belgrado, i trattamenti di Djoko e un paio di colpi di frusta al polso, finalmente Nat è sembrata un po’ più tranquillizzata sul recupero della motilità della mano e delle dita.

Se la pioggia non avesse reso impraticabile il cammino nei boschi e non avessimo saputo che il Konak aveva una buona cucina, non avremmo mai incontrato Dragan. Quando le cose devono succedere, tutto si combina per farle accadere, se si resta aperti al flusso degli eventi.

Abbiamo terminato la serata davanti a una birra, godendoci il bel sole calante e la temperatura gradevole.

Il mattino seguente, ci siamo presentati alle 8.00 precise alla zona wellness della clinica. L’ambiente era molto elegante, ben inserito nell’architettura di inizio novecento. Siamo stati corredati di accappatoio, asciugamano e ciabatte e serviti di un’ottima limonata fresca. A nostra esclusiva disposizione, in quell’orario, avevamo una piscina interna e una esterna con acqua calda, idromassaggio e sauna. Abbiamo passato un paio d’ore davvero rilassanti e tranquille, che hanno concluso alla grande la nostra visita di quella zona della Serbia.

Sulla via del ritorno abbiamo fatto una breve pausa a Loznica, per procurarci una stecca per sostenere il braccio di Nat. Lungo la strada, abbiamo costeggiato un complesso industriale abbandonato, dove quattro enormi ciminiere in mattoni formavano un’inquietante scenografia tra il verde dei prati e delle colline circostanti. L’urbanistica stessa di Loznica testimonia di un passato industriale ora trasformato in attività logistiche, favorite dalla vicinanza con il confine bosniaco.

Dopo essere riusciti a sgusciare tra le vie del centro, intasate dal mercato, abbiamo ripreso la strada del ritorno con calma, grati per questa esperienza piena di belle sorprese.

Domani ci attende la missione in Montenegro per conto dello zio di Nat.

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