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Ritmi iberici

Gli ultimi giorni da Liz e Allan, sono passati veloci.

Il vento freddo e impetuoso impediva di stare all’aperto, se non per brevi puntate quando dava una tregua e in un lampo è arrivato il momento di ripartire. Direzione Valencia, dove abbiamo un amico, Giacomo, stabilitosi in quella città diversi anni orsono e che ora sfoggia un italiano ispanizzante che ci diverte assai.

Dopo un bel pranzo di addio e saluti intrisi di tristezza per la partenza, abbiamo ripreso la strada. Prima tappa: il delta dell’Ebro.

La zona è contraddistinta da vaste risaie, ancora in attività, che riflettono le sagome delle montagne in lontananza quando il sole si alza nel cielo. È il paradiso dei kite surfers e degli ornitologi. Abbiamo visto stormi di aironi, fenicotteri e altri piccoli uccelli acquatici, mentre percorrevamo le strade a lato dei canali.

Ci siamo fermati lungo il fiume, per passeggiare lungo la riva, sistemata recentemente e dotata di nuovi alberi e di una pista ciclabile. Siamo arrivati fino al parco naturale fluviale, dove l’Ebro sfocia nel mare. Dall’alto di una torretta di osservazione, abbiamo potuto ammirare tutta la zona, con la sua conformazione lagunare e piena di canali di acqua salmastra, un habitat dove prosperano moltissime specie di animali, pesci e uccelli.

Per goderci il tramonto, ci siamo spostati a ovest, alla Platja del Trabucador, sulla lingua di sabbia che si spinge tra il mare e la laguna interna. Ci eravamo già stati con Liz ad ammirare le acrobazie dei kite surfers, in una giornata di vento forte. Ci siamo goduti il tramonto e, finalmente cullati di nuovo dalle onde del mare, ci siamo addormentati felici. Stamattina ci ha svegliati un bel sole in un cielo senza nuvole.

Dopo una bella passeggiata lungo il mare, siamo ripartiti alla volta di Peñiscola. Qui, abbiamo incontrato una cittadina balneare, piena di hotel ed infrastrutture turistiche, ora chiuse per la stagione invernale. La sua attrazione è il centro storico, sorto attorno a un possente castello costruito dai Templari, sui resti della vecchia cittadella araba, che domina la baia e la zona dall’alto di un promontorio. Le viuzze in salita sono strapiene di piccoli negozi e ristoranti: non è difficile immaginare il carosello umano in quel luogo, durante l’estate.

Per passare la notte abbiamo scelto di fare tappa a Castellòn de la Plana, una sessantina di chilometri più a sud. Abbiamo trovato un posto tranquillo per Rocco, proprio dietro alla basilica de la Mare de Déu del Lliedò. Poi ci siamo diretti in centro, a piedi.

L’impressione generale era di quiete, un’atmosfera quasi sottotono. C’era pochissima gente in giro e anche il traffico sembrava molto tranquillo. Ci siamo stupiti, chiedendoci cosa fosse successo. Anche a Tortosa, durante una breve gita di qualche giorno fa, era stato così e abbiamo iniziato a chiederci se non fossimo arrivati in Spagna proprio in un momento di scarsa vitalità.

Poi abbiamo capito: eravamo proprio noi, quelli fuori fase! Dalle due del pomeriggio alle cinque, gli spagnoli praticano ancora la siesta. I negozi sono chiusi e in giro ci sono solo gli ignari come noi, e sono pochi.

Abbiamo esplorato il centro, con le sue piccole piazze, il suo miscuglio di case d’epoca e di edifici molto più recenti, con accostamenti architettonici e colori singolari, a volte divertenti, altre volte totalmente inconsueti. In centro si erge anche la Plaza de Toros, dove ancora oggi si svolge il macabro rito della corrida. Ci siamo fermati a bere una horchada, fatta con il latte di chufa (mandorla d’acqua), unici clienti della terrazza di un baretto.

Nel frattempo, attorno alle cinque, le strade si sono ripopolate di famiglie, bambini, anziani, giovani. Il traffico si è fatto più intenso, i negozi hanno alzato le serrande, si sono accese le luci della sera e la vita ha ripreso a fluire.

Per entrare ancora meglio nella vita sociale spagnola, sarà opportuno rivedere i nostri ritmi, altrimenti rischieremo di trovarci spesso a girare per i centri spopolati, come due alieni.

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