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Il castello delle ortiche giganti

Ieri ci siamo spostati verso Pylos, conosciuta anche con il nome di Navarino, per incontrarci con due nuovi amici tedeschi. Il posto si trova su una lingua di terra tra la baia su cui si affaccia la cittadina e una laguna salmastra. La stagione turistica non è ancora propriamente iniziata e in giro ci sono solo pochi camper e qualche bagnante autoctono. La strada termina addosso a un’alta collina scoscesa, coperta da macchia mediterranea e fiori di ogni pensabile forma e colore, sulla cui sommità troneggiano i resti di una fortezza. Stamattina abbiamo approfittato del bel sole per esplorare la zona, la fortezza e le baie che stanno oltre la laguna. Qui, le spiagge e il fondo marino sono sabbiosi e il mare resta poco profondo per decine di metri. Una lieve brezza fresca fa ondeggiare appena l’erba e i fiori che sbocciano a migliaia. È un momento perfetto: sono arrivati i primi calori primaverili e dopo le piogge, ora è tutto verde, colorato e ronzante di api e insetti.

Mentre percorriamo la spiaggia, con la sabbia già tiepida sotto il sole, ammiriamo la danza di uno stormo di garzette che ci passa davanti. Il loro volo armonioso e sincrono, a pelo d’acqua, è stupendo. Non c’è anima viva a quest’ora. Bagnamo i piedi nell’acqua smeraldina e fredda, passiamo a fianco di un piccolo magazzino dove lavorano il pescato dalla laguna e ci ritroviamo davanti al sentiero che sale sulla collina. Mano a mano che saliamo, godiamo di un’ampia vista sulla baia, ancora avvolta da una lieve foschia. L’erba è rigogliosa e incredibilmente verde, sembra quasi impossibile trovare un vasto prato del genere tra le rocce che salgono dal mare. Ci perdiamo tra fiori gialli, rosa, lila, viola, le margherite, le tamerici con i loro pennacchi di fiori delicati e centinaia di altri fiori che non conosciamo. Da lì sopra, oltre il promontorio, il mare si apre sull’orizzonte. Immaginiamo i tempi in cui Navarino era il porto principale per la Serenissima repubblica veneziana, e le grandi navi a vela si incrociavano all’entrata dell’insenatura.

Scorgiamo già le rovine della fortezza che proteggeva quel braccio di mare. Saliamo verso le mura diroccate e ci avventuriamo tra i sassi. La cima della collina è circondata dai resti delle mura, che percorriamo per larghi tratti. Poi decidiamo di attraversare la zona per trovare la discesa dall’altra parte. Il sentiero diventa poco più di una traccia tra gli arbusti. Finiamo sotto un grande albero di olivo che ancora troneggia al centro della fortezza. Di quante storie umane sarà stata testimone quella pianta? Sembra tutto rinsecchito, ma la sua energia ancora si fa sentire. Lì sotto troviamo le tracce di un cerchio di pietre, con resti di fuochi, e un prato di ortiche dalle fogli enormi, altissime. Il passaggio con i nostri pantaloncini corti è un’avventura che ricorderemo a lungo!

Possiamo ora  avvistare anche la baia seguente, chiamata “Pancia di bue” per la sua forma. Il paesaggio è caraibico: le rocce a picco sul mare, il verde intenso degli arbusti e l’acqua dalle sfumature verdi e turchese, limpidissima e pulita, che si infrange su una spiaggia bianca che si espande in dune selvagge e punteggiate dai cespugli. Le uniche tracce di presenza umana sono una strada sterrata e un paio di camper in sosta, nascosti in mezzo alle dune.

Ci troviamo ora sul lato in ombra della collina e la discesa si fa più impegnativa. È facile scivolare sulle rocce ancora bagnate dalla rugiada, il sentiero è molto ripido. Arriviamo a una grotta che ci attira e che vorremmo esplorare. Un ronzio minaccioso ci avvolge e ci rendiamo conto che il terreno è pieno di buchi, fissure d’ingresso d’insetti simili ad api, ma di colore nero, che ci volano tutto intorno per andare a raccogliere il nettare dai fiori. Decidiamo di non disturbare l’attività di quegli insetti e di non inoltrarci in quella grotta, grande quanto una cattedrale, e riprendiamo la discesa. Dopo svariate decine di metri ci ritroviamo sulla sabbia delle dune e in pochi passi arriviamo alla riva. La collina ci protegge dalla brezza fresca, così ci spogliamo e ci buttiamo nell’acqua. La temperatura è decisamente fredda e ci rinvigorisce di botto. Ci stendiamo al sole e approfittiamo della pace del posto per restare in silenzio, grati per questi momenti di beatitudine.

Riprendiamo il sentiero, costeggiando la laguna salmastra. Decine di grossi pesci, fermi nell’acqua bassa dove il sole scalda, guizzano via al nostro passaggio, creando scie e bolle d’ossigeno. Il sole si fa sentire, adesso, e ci risulta difficile immaginare quanto calda sarà questa zona in estate. Ci sembra di essere in una fiaba, nel famoso mondo delle fate: abbiamo esplorato un vecchio castello, abbiamo attraversato il sentiero delle ortiche giganti, siamo penetrati in una grotta difesa da api nere e abbiamo costeggiato la laguna dai pesci guizzanti. Non ci stupirebbe, se dietro a quel masso bianco in mezzo al sentiero, sbucasse addirittura un drago!

La nostra passeggiata volge al termine e già scorgiamo il nostro Rocco. I nostri amici hanno già iniziato a preparare il pranzo e li aiutiamo a pulire le verdure per il tajine e i cuori di carciofo da stufare con olio e aglio. Le ore sono volate, oggi. Ci mettiamo a tavola che sono già le cinque del pomeriggio e tra una chiacchiera e l’altra, cala la sera e l’aria si fa pungente. È ora di ritirarci, pieni delle magnifiche impressioni di oggi. Domani ci aspetta il mercato di Kalamata e la ricerca di un buon paio di scarpe da corsa per le nostre corsette del mattino che sono diventate un elemento di cui non vogliamo più fare a meno.

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