posti e persone

Centro di gravità paesano

Torniamo regolarmente a Čučale, il villaggio di nascita del papà di Nat dove, dopo la sua recente morte, abbiamo una miriade di cose da sistemare, lavori di giardinaggio e di manutenzione da fare e relazioni sociali da mantenere, oltre ai piani da forgiare sulle prossime tappe del nostro viaggio.

Rientrando in Serbia dalla Bosnia, abbiamo fatto alcune tappe senza accelerare troppo i tempi del rientro. Appena varcato il confine, siamo entrati in un’area naturale boschiva molto estesa attorno al monte Tara, il bellissimo parco di Mokra Gora. Qui si trova Drvengrad, un paesello interamente costruito in legno, partorito dalla fervida creatività del regista Emir Kusturica e creato appositamente per le riprese del suo film “La vita è un miracolo”. È un vero e proprio villaggio con tanto di chiesa, banca, pasticceria, parrucchiere, ufficio postale, ristoranti, sala teatro, sala cinema, museo d’arte, piscina coperta, asilo, scuola elementare e casette da affittare. Tutto è in legno, compresi i viottoli, e ogni dettaglio è curato per mantenere la precisa atmosfera immaginata da Kusturica. Le vie e le piazzette portano i nomi di artisti e sportivi, amici del regista, e perfino la musica di sottofondo che si sente nei ristoranti è stata scelta da lui. Drvengrad si trova tra due monti, immerso in un paesaggio intatto e verdissimo. Abbiamo passato un paio d’ore di meraviglia e di godimento in una bolla sospesa tra quelle montagne.

Ci siamo poi spostati a Uzice, la città in cui è nata Nat e di cui ha ancora molti ricordi, soprattutto di sua nonna che abitava sulla piazza principale. Lì troneggiava una statua di Tito che Nat bambina percepiva come gigantesca e che nel 1991 è stata spostata al Museo nazionale. Siamo andati a darci un’occhiata e la statua di bronzo sembrava molto più modesta, alta “solo” 5 metri. Ci siamo poi diretti verso la fortezza che difendeva la valle del Djetinja, sul lungofiume. Lì si trova l’edificio che ospitava la centrale idroelettrica costruita nel 1900, la prima in Europa a produrre corrente alternata. A Nat intanto continuavano a tornare in mente episodi della sua infanzia, ritrovando i luoghi dove giocava e passava il suo tempo.

Appena fuori dalla città, abbiamo raggiunto Potpeće, un villaggio ai piedi di una gigantesca grotta che intendevamo visitare l’indomani. Il posto era molto tranquillo e percorso da diversi ruscelli, che alimentavano alcuni piccoli allevamenti di pesci e irrigavano le colture più a valle. Al mattino, siamo stati accompagnati da Saška, una simpatica ed energica giovane guida, lungo una scalinata di 200 gradini che ci ha condotti fino all’interno della parte superiore della grotta. La visita è stata una fantastica sorpresa: la grotta entrava nelle viscere della montagna, percorrendo corridoi dove l’aria era satura di umidità e di ossigeno e dove lo stillicidio millenario dell’acqua aveva formato stalattiti, stalagmiti e formazioni che ricordavano draghi, civette, volti e altri personaggi. Saremmo potuti rimanere là dentro per ore, tanta era la magia del posto! In quella grotta si erano rifugiate intere generazioni di contadini in fuga dalle invasioni ottomane e in una parte vi seppellivano i loro morti, sovrapposti gli uni agli altri a formare un ossario, ora non più esistente. All’interno erano anche stati trovati resti risalenti al Neolitico e ci sembrava di essere tornati a tempi antichissimi.

Una volta usciti e salutata la simpatica Saška, in un campo abbiamo scorto un’anziana donna alle prese con la raccolta di piccole prugne e ci siamo offerti per darle una mano. Non poteva credere alle sue orecchie! “Tutti quelli che passano da qui, chiedono se possono prendere qualche prugna”, ci ha detto, “ma mai nessuno ha chiesto di poter aiutare nella raccolta”. E così abbiamo passato un paio di ore a conoscere Sofia e a raccogliere le sue deliziose prugne. Le slijve sono una vera e propria istituzione in Serbia e i loro alberi costellano le colline in ogni parte del paese. In questo periodo i frutti maturano e iniziano a cadere a terra quelli più dolci e morbidi. I Serbi raccolgono proprio questi e ne fanno la loro tradizionale grappa, mentre noi, invece, ne stiamo mangiando a chili, appena raccolte dagli alberi e ancora calde dal sole. Una delizia!

Lasciata Potpeće, abbiamo scelto di percorrere la strada tra i monti del Parco Naturale Golija, dirigendoci verso l’importante monastero di Studenica. Dopo una tortuosa discesa lungo una strada tra i boschi, costellata dai caratteristici forni in mattoni utilizzati per produrre il carbone, siamo arrivati al monastero, circondato da un’alta muraglia. L’aspetto ricordava più una cittadella fortificata che un luogo di preghiera e, varcato il portone d’ingresso, ne abbiamo avuto la conferma. Le mura formavano un’ampia area ovale, all’interno della quale si trovava una chiesa principale e diverse altre più piccole, insieme ad altri edifici che ospitavano il refettorio, gli spazi per i clerici e infine una zona occupata dai resti di quelli che sembravano insediamenti ancora più antichi. Fu il re Stefan Nemanja a fondarlo tra il 1186 and 1196, costruendovi la chiesa di Santa Maria Vergine con marmo bianco lavorato con grande finezza. Nei secoli seguenti, il monastero fu teatro di molte distruzioni e incendi, in seguito alle innumerevoli guerre che hanno lacerato questi territori. Ogni volta, il monastero veniva ricostruito e veniva aggiunta una piccola chiesa, fino a contarne addirittura 13. Attualmente sono in corso importanti lavori di restauro degli affreschi e di alcune zone delle rovine, ma ugualmente il luogo emana un fascino profondo.

Dopo aver nutrito i cani di strada che vivono attorno al monastero, ci siamo diretti verso Jošenićka Banja, attratti dalla possibilità di sguazzare nell’acqua calda. Lungo la strada ci è balzata all’occhio una piccola insegna che indicava il sentiero verso la casa di Milunka Savić. Non abbiamo perso l’occasione e abbiamo percorso di buon passo quei tre ripidi chilometri nel bosco, curiosi di vedere il posto dove era nata quella donna eccezionale, nel lontanto 1889. Siamo così arrivati a una modesta casetta con il tetto di paglia e abbiamo provato a immaginare la vita della piccola Milunka e che cosa l’avesse portata a diventare una soldatessa combattente con incredibile coraggio e fervore, sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale, spacciandosi inizialmente per maschio. Ferita innumerevoli volte, tornava al fronte appena si sentiva meglio, combattendo con ancora più vigore. Alla fine della Seconda guerra mondiale, ha adottato tre bambine e aiutato 30 altri bambini ad andare a scuola. Si può senz’altro affermare che la sua vita è stata indomita, intrepida e piena.

Jošenićka Banja è un piccolo paesino con una SPA rinnovata qualche anno fa. Vanta l’acqua termale più calda della Serbia, che sgorga a ben 77 gradi. Prima di goderci il bagno, abbiamo fatto due passi nei dintorni e abbiamo scoperto il monumento dedicato proprio a Milunka Savić e un piccolo museo in suo onore. All’interno, le foto e i filmati d’epoca ci hanno riportato alle vicende della Prima guerra mondiale e alla tristezza di vedere i volti esangui dei giovani infossati nelle trincee, in attesa dell’attacco che li avrebbe portati alla morte o alla mutilazione, mettendo al contempo in evidenza la storia di Milunka e della sua vita così intensa e sorprendente.

Un bel bagno caldo è arrivato proprio a proposito per rilassarci, per lasciar andare quelle memorie e per prepararci a un bel sonno profondo e ristoratore, nel boschetto in cui ci aspettava Rocco.

Il giorno dopo, di buon mattino ci siamo diretti a Kruševac per una visita al suo mercato, nella speranza di trovare, finalmente, un’anguria soddisfacente, dopo le ultime delusioni. Il mercato resta un luogo che frequentiamo con grande piacere: godiamo della vista di tutta quell’abbondanza, facciamo spesa di frutta e verdura in grandi quantità e chiacchieriamo con gioia con i venditori.

Prima di arrivare a Čučale abbiamo fatto un’ultima tappa dal nostro fidato meccanico Djordje, per una controllata ai fari di Rocco, che ci avevano creato un bello spavento entrando in una galleria in cui eravamo rimasti praticamente nel buio pesto, all’improvviso. Prossimamente torneremo da lui per sostituirli, dato che proiettano una luce troppo debole. È sempre un piacere fermarsi alla sua officina, dove non manca mai un momento per sedersi, bere un caffè e fare quattro chiacchiere.

Ed eccoci, dunque, al piccolo ponte sul fiumiciattolo e alla strada sterrata che scavalla un dosso nel prato, da cui appare la piccola e familiare striscia di case che forma il borgo di Čučale. Ormai per noi è diventato una specie di casa, da cui partire per le prossime avventure. Nei giorni successivi, siamo stati risucchiati dal consueto carosello di visite, ma anche da operai che hanno sistemato il tetto, dalla raccolta di prugne e di ottimi funghi (porcini in primis), dalla cura del giardino e da altri lavori di manutenzione. Le giornate scorrono veloci e noi iniziamo a sentire il richiamo a riprendere il viaggio verso sud. Tra pochi giorni saremo a Čitluk, nei pressi di Sokobanja, per seguire un corso di costruzione di case e di forni con terra argillosa, sabbia e paglia. Era da lungo tempo che desideravamo imparare questa tecnica ed ora ne abbiamo un’occasione d’oro: l’insegnante sarà Lehel Horvat, un energico ingegnere quasi settantenne, vero esperto delle tecniche tradizionali di costruzione. Saremo un bel gruppetto di una ventina persone e non vediamo l’ora di imparare qualcosa di nuovo!

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